Inammalato

tempo di lettura: 4 minuti

Primo giorno di scuola dopo le vacanze pasquali.
Dieci alunni su dodici colpiti da un virus intestinale. Decimati.
Colpa di tutto quel cioccolato. Che ho mangiato anch’io.
Cinque ore di lezione vuote, passate a scambiare sguardi con l’insegnante che non ci permette di chiamare a casa qualcuno per venirci a prendere. Per non parlare del disappunto che grava tra me e il mio compagno di classe. Perché eravamo ancora lì?

Primo giorno di lavoro come guardiano allo zoo regionale.
Il resto del personale è stato infettato dai batteri trasmessi dalle feci dei nostri nuovi arrivati: i Papio Hamadryas. “Babbuini”, potrebbero essere identificati come tali. Nei loro escrementi si annidano colonie di insetti! Tra ogni increspatura potrebbe ergersi la capitale di un grande impero in potenza di distruggere l’intera umanità, se volesse. E tra una spalata e l’altra tutti i membri del personale ne sono vittime. Intanto io non sono stato sollevato dall’incarico di nutrire le zebre. Anche perché il mio datore di lavoro è deceduto un paio di giorni fa. L’ho letto sui necrologi, nessuno mi aveva avvisato prima, poiché chiunque gli fosse stato vicino in questi giorni probabilmente è ricoverato d’urgenza o morto. Mi domando che fine abbiano fatto tutti i miei colleghi. Qui è noioso.

Compleanno di mia figlia, grandi festeggiamenti in piscina, sole cocente, leggera brezza, non minacciosa. Però… acqua, aperto.
Risultato: una massa di mocciosi mucosi e petulanti. La mia bambina ha un raffreddore tremendo, suda senza sosta e scotta.
Io? Non una linea di febbre.
“Papà! Papà! Dove sei?”
Eppure sono accanto a lei che le porgo il bicchiere d’acqua con la medicina diluita all’interno. L’avrebbe aiutata.
“Bill! Bill! Tua figlia ti sta chiamando! Vai da lei!”
Ma sono qui!
“Mamma, mamma, un bicchiere sta volando!”
“Sei solo molto stanca, tesoro, riposa un po’” urla mia moglie dall’altra parte della casa.
Mi alzo guardandola, lei non guardando me. Non ci riesce.

Attacchi di panico, sistema immunitario debole, orticaria, dolori mestruali incontrollabili, conditi di nausea e diarrea. Solo alcune paturnie con cui mia figlia deve convivere ogni giorno.
Mia moglie, dov’è?
“Bill, per l’amor del cielo, esci e va a prendere delle medicine per tua figlia!”
“Abbiamo bisogno della ricetta. L’hai portata dal medico?”
“Dovevi portarcela tu!”
“Ti sbagli!”
“Vieni qui e giuramelo! Di fronte a tua figlia, dillo! Spiegale perché sei così assente!” detto questo, assisto ad un pianto, pacato, in cui ogni lacrima è celata dall’orgoglio. Almeno lei deve darlo l’esempio di persona stoica di fronte ai problemi. E intanto lì, per loro non ci sono.
“Papà, papà, perché non ci sei mai quando ho bisogno di te?”

Per il bene di quello che mia moglie e mia figlia pensano di me, mi sono rivolto a questo manicomio. Non vi sono molti malati mentali, è così calmo qui. Quello che mi sfugge è la baraonda che i medici e gli psichiatri sollevano ogni volta che mi cercano. Gridano il mio nome, corrono avanti e indietro per i corridoi, quando io, dove potrei essere, se non nella mia stanza? E quando chiedono a qualsiasi malato dove io sia… il nulla. Descrizioni, dettagli, colore degli occhi, capelli, nome, cognome, residenza, numero di stanza. Neppure il mio coinquilino si accorge della mia esistenza.

A proposito del mio compagno di stanza, ho scoperto dopo due giorni perché fosse qui. È uno di quei personaggi pretenziosi che non riescono a distinguere un’eco di un pensiero dalle fantomatiche “voci nella testa”. “Me lo hanno fatto fare”, “Io sono la vittima qui dentro, non vedete come la voce nella mia testa mi corrode?”. Ormai avevano smesso tutti di dargli ascolto. “Piccolo narciso appassito”. Nonostante tutto, nessuno percepisce la mia presenza più di lui. A modo suo.
È solito rannicchiarsi in un angolo o sul suo letto a parlare. Se vi fosse effettivamente una persona di fronte a lui, si potrebbe dire che la conversazione è amichevole. Ma è sconcertante non vedere nessuno, se non i suoi occhi fissi sul vuoto. Non appartenenti al suo corpo.
Voglio dargli speranza, mi siedo accanto a lui e comincio a partecipare alla conversazione attivamente. I toni iniziano a farsi cupi, gli occhi gli precipitano nei lobi e, un grido dopo, si alza e corre per tutta la stanza cercando di sfuggire a qualcosa.
“Sono tornate, sono tornate! Continuano!”
“Chi? Dimmi dove sono, ti posso aiutare”
“Non ti dirò dove sono, non mi troverai!”
“So già dove sei, sono vicino a te”
“Vattene! Infermiere! Aiutatemi!”
E optano per il sedativo.

I dottori continuano a chiamarmi anche oggi, quanto ci vorrà prima che mi trovino questa volta? Il mio amico è in mensa, sono solo in dormitorio. Sono già passati prima, quando eravamo entrambi qui, nonostante cercassi di farmi notare nel mio letto muovendo le mani e chiamando il dottore per nome, non mi videro.
Ma ecco dei passi che si approcciano alla porta. E un frenetico tintinnare di chiavi.
Spero che questa volta sia quella buona.

Oggi ho ricevuto una chiamata dall’ospedale. Non il mio. Era a proposito di mia moglie, le è stato diagnosticato un cancro e mi è stato concesso di andarmene.
Ero lì a stringerle la mano.
O forse non ero lì.
Non saprei dirlo più neppure io.
“Papà, papà, perché non c’eri al funerale?”

Perdite su perdite, perché non mi ammalo mai? Devo assistre alle morti di tutti i miei cari, senza che loro possano assistere alla mia. Alla mia apprensione, al mio amore o semplicemente percepire un contatto fisico, una carezza sul volto per asciugare le lacrime.
Anche i miei medici e psichiatri sono deceduti, o scomparsi, non saprei proprio dirlo, e non riesco ad uscire da questo manicomio. Sono sicuro che se scostassi le coperte e controllassi cosa accade fuori dalla finestra, vedrei solo persone morte. Per ora, starò qui.

Fantoccia – 2016

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5 thoughts on “Inammalato

  1. Sono in corriera e sono le 6 di mattina, ma almeno mi avete reso piu felice questa giornta, bellissimo e simpatico!

  2. Bello,senza fiato lungo il percorso della vita. Tutto ci accade mentre siamo presi ad organizzarla. Grazie una gradevole scoperta il vostro blog.

    1. Grazie mille a te Letizia.
      Speriamo tu possa continuare a stupirti e divertirti di ciò che leggerai.
      L.

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