Ammissione di colpa

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Io sono un ignorante.
Non so nulla, faccio solo finta di capire.
Prendo quello che mi viene chiesto e lo metto in fila per analizzarlo.
Fortunatamente a questa società basta, è il massimo che chiede.
Mi piacerebbe analizzare veramente le cose che mi vengono chieste, guardarle dentro e fuori, capire come sono fatte, se girano, se sono tutte uguali, se tornano e se rimangono concrete.

Ma non me lo lasciano fare, non ho la capacità di farlo, dicono, quindi non lo faccio.
Ho paura anche a chiedere, qualche volta ci ho provato e mi hanno guardato come se fossero costretti a portarmi via tutte quelle palline.
Da allora non chiedo più nulla e mi limito ad osservare.
Non chiedetemi spiegazioni, non le so, non so nulla di quello che faccio e di quello che succede.
Vi potrei dire i nomi di tutto ciò che è passato sotto i miei occhi: ferro, sale, grani di pvc bianco e trasparente (cristallo dicono, ma il cristallo è un’altra cosa dico io), pezzi di legno lavorato e non, uomini, attrezzi e utensili, plastica di vario tipo, pezzi piccoli e macchine grandi, fogli volanti e fascicoli interi.

Mi hanno dato da guardare foto di uomini, animali, paesaggi strani e banali, accoppiamenti vari fino alla nausea, mi chiedevano di raccontare cosa vedevo, di fare ciò che pensavo, di dire ciò che non credevo.
Ma non è più come una volta, in cui il dottore in camice bianco si metteva lì a scrivere su un blocchetto veloce veloce, con quella grafia strana impossibile, adesso fanno finta di essere amici, dicono di essere ingegneri, architetti, designer, capitani e generali ma in fondo so che sono dottori, solo dottori che scrutano la mia mente.

Tutto cominciò al lavoro, uno di quelli semplici in cui devi solo convincere le persone a comperare qualcosa. A me non interessava cosa vendessi, interessavano le persone che rispondevano.
Capivo subito dal tono della voce, dal modo di tenere il telefono vicino o lontano, dai rumori di fondo, il mondo in cui quella voce si muoveva.
Avevo una dote mi dissero, dopo un po’ di tempo e varie incomprensioni.
Inizialmente non fu facile, la prima crisi venne per le note che dovevo prendere. Ci avevano dato un formulario, uguale per tutti che dovevamo usare per descrivere chi ci rispondeva.
Non riuscivo ad usarlo cercavo di mettere crocette ma tutto era sbagliato, riuscivo ad usare solo il campo dove si potevano scrivere note libere in fondo alla pagina.
Mi divertivo a riempire il quadratino con note estremamente dettagliate, potrei dire che provavo piacere ad annotare cose del tipo:
“Ha un amante che in questo momento è accanto a lui/lei. È estremamente vulnerabile e disponibile ad accontentarci in tutti i modi. Tenerlo sul filo del rasoio.”
“Il signor XXXX possiede soldi in quantità tale da non aver bisogno di essere chiamato per offrirgli servizi uguali ai nostri.”
“La Signora XXXX non ha la possibilità di acquistare nulla se non andando sul lastrico.”
“ La Signora XXXY è disponibile ad impegnarsi pure la casa per acquistare ed apparire meglio di altri, ha vicini che lei considera molto ricchi e quindi qualsiasi cosa la possa portare oltre la media è ben accetta anche se dovesse impegnare i figli per pagarla.”
Il bello è che ci azzeccavo, o quello che era, io al telefono era come se riuscissi a vedere dentro la stanza di chi chiamava.

Ma il mio capo non accettava che continuassi a scrivere senza mettere le crocette.
Io cercavo di spiegare che non c’erano crocette giuste da mettere ma ogni volta che lui parlava non capivo più nulla, le frasi si accavallavano nella mia testa e non ne sapevano di voler uscire diritte, belle, importanti.
“Scrivo e..” silenzio, dove prima c’era la parola adesso era vuoto.
In quell’ufficio siamo andati avanti per un tempo infinito della mia attenzione, che continuamente veniva catturata dalle cose attorno, una mosca che volava e di cui capivo perfettamente il moto, la formaldeide della scrivania vecchia in angolo che ogni istante rilasciava nell’aria molecole aromatiche che potevo benissimo odorare, la carta che man mano che passavano i minuti prendeva una consistenza più secca o più soffice a seconda se l’atmosfera attorno si bagnava o si asciugava. I rumori che entravano dalle finestre volevano attenzione anche loro, tutta la faccia di Luigi, così si chiamava il mio capo, chiedeva di essere guardata nelle sue innumerevoli trasformazioni.
Ma la sua voce che sovrastava tutto metteva una patina di confusione. La mia mente cercava annaspando di tornare alla prima sensazione di pulizia che mi permettesse di comprendere ciò che stava attorno, al silenzio.
Chiedevo solamente questo e niente altro. Avevo bisogno di sentire il sangue che pulsava, il respiro ritmico, il battito del cuore, le giunture che sfregavano o scivolavano via felici.
Nessuno me lo dava mai, solamente le mie Sennaiser riuscivano ad attutire i rumori e a non farmi male ai lobi.
Io sono un ignorante, più guardo e più ci sono cose da guardare.

Quella volta ritornai in me da un tempo lontano, riuscivo a vedere cose nuove ogni volta che trovavo il modo di intrattenermi con me stesso.
C’era un mondo speciale dentro di me se solo riuscivo a guardarlo per un po’ di tempo. Non sapevo bene quanto, non era la mia specialità e nessuno mi aveva mai insegnato che ci dovesse essere tempo per fare cose o per dire altre cose.

Oggi è una giornata speciale, l’essere umano che mi sta davanti è qui per la seconda volta. Ricordo che l’altra volta mi aveva lasciato turbato e confuso per molti pasti.
Il suo parlare gentile, con quelle frequenze sulla parte più alta dell’udibile, mi risuonavano dentro ricordandomi cose che per la prima volta non sapevo nominare, non capivo.
Chissà da dove provenivano queste mie emozioni così confuse. Non saprei proprio.
Eppure anche solo ad averlo davanti adesso tornano come allora quelle sensazioni.
Ripensandoci più tardi, mi accorsi che anche il mio corpo di fronte a quell’essere cambiava e si trasformava, il cuore pompava veloce e le strade del sangue si facevano più fluide.
Credo che se ne siano accorti e l’hanno fatto tornare.
Mi disse di non avere paura, ma dove mi trovavo ora non avevo paura.
La mia stanza bianca e silenziosa mi aiutava a comprendere bene tutte le mie connessioni.
La memoria bastava per vivere ancora una volta il momento.
Mi ricordo che lessi di un uomo che non sapeva più che ora era e nemmeno che giorno, a volte si trovava su un altro pianeta e a volte da un’altra parte.
Non capii tutto quello che leggevo, ma non trovai strana quella storia.

Lazarus – 2016

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One thought on “Ammissione di colpa

  1. Riuscite a mescolare ironia e malinconia ognuno con la propria voce. E’ davvero interessante seguirvi.

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