DIAL: 118-APATIA-000

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Quella luce mi affascinava, ero finalmente riuscito a correre libero in quello spazio aperto. Non sono le persone, non è la birra, non è una conversazione sul più e sul meno, mi sento veramente felice. Non lo nascondo, la libertà è tutto quello che conta. L’ho sperimentata per soli due minuti, ma ne sono assuefatto. Lo ammetto: forse qualche cosuccia mi mancherà, come le persone, la birra, conversazioni sul più e sul meno. Ma ad ogni felicità corrisponde una responsabilità: gli amici hanno altre cose di cui occuparsi, è stato divertente ma basta, ci sentiamo presto, okay ciao! Un bicchiere ti aiuta a goderti la compagnia. Venti, per quanto gustosi, ti stordiscono. Fine della festa. Devi moderare il linguaggio, non puoi discutere con i compagni con cui vai in palestra di cosa, ad esempio, accade quando fletti un muscolo sollevando i pesi, correggendo il metodo di allenamento del tuo amico sbruffone. “Non devi sollevarli così velocemente. Devi andare più piano, tenere l’avambraccio in tensione più che puoi e lasciare che l’iperplasia accada: miofibrille che si legano in filamenti intrinsechi nei tuoi muscoli. Lascia che il sarcoplasma fluisca e rilasci l’ATP e il glucosio tra le fibre muscolari. È così che si sviluppa la massa muscolare, sciocco!”. Ma devi uscirtene con un “Non sollevarli così velocemente, madò, te sale l’acido lattico”. Due risate. E nulla di costruttivo accade.
Ma qui non è così.
La gioia non è concepita, in quanto la tristezza non esiste.
Verrete sovrastati da un perenne stato di dolcezza. Anche se deve essere ancora inventata.
Credetemi, è così bello, non riesco neppure a percepirlo.
È da giorni che corro e ancora non ho voglia di smettere. Non ho voglia, in generale.
Chissà cosa accade, proprio ora, nei muscoli delle mie gambe. Ma qui non ce lo chiediamo. Pensa se sapessi che ho corso così tanto da causare un’ipertrofia muscolare. Altererei le perfette condizioni di questo posto. Ho deciso che non smetterò di correre affatto, anche se dovessi piangere per l’infiammazione delle miofibrille. Non ho responsabilità. Non ho freni. Non c’è dolore nella città della luce.
Sappiate che dopo un po’ ci si annoia, però. L’importante è non farsi male. E anche se le mie gambe sprizzano di vita, il mio sguardo si perde guardando in giro e mi accorgo che è tutto uguale. Una città, minimalista, pulita, vuota. La testa non fa altro che ciondolare. Non c’è proprio nessuno?
Corro, e intravedo una persona che mi cammina incontro, con in mano un cono gelato alla fragola. Un omino simpatico vestito con un impermeabile che si gusta il gelato, ammirando i palazzi. Eccone un altro, un altro testimone dell’equilibrio incessante di questo posto.
È un mio amico. “Hey, ho seguito il tuo consiglio!”
Ma non posso rispondergli, non posso fermarmi, sono responsabile della bellezza di questo posto.
Corro, e nuove facce familiari si presentano, una dopo l’altra. Il vicino di casa, l’amico dell’amico, la parrucchiera, la fidanzata dell’amico del cugino, il cugino stesso. Tutti felici, tutti già visti.
Corro, e non riesco a fermare nulla. Questo posto non ha un limite, un confine, una linea che ti dica “hey, bello, sei arrivato alla fine, torna indietro”? Ma chi le riempie queste case, a che servono, ci vive qualcuno? Un sassolino, un legno, una crepa e sono finito. Nonostante la mia situazione instabile, comincio a sentirmi rincuorato: non felice, neppure triste. Confortato. Da qualcosa. Che siano queste case vuote? Nessuno ci vive ora, magari erano intraprendenti maratoneti come me, ed ora se trovassi la linea potrei incontrare altre persone felici. Veramente felici. Corriamo, dunque!
Corro, avevo ragione. Ancora lontano, vedo che le case hanno smesso di rigenerarsi. Semplicemente, ha smesso di esserci qualcosa. C’è una linea retta che divide aspramente il cielo dalla strada. No, non spero di trovare altri cerebrolesi come me, voglio soltanto di trovare una via d’uscita da questa città satura di gioia.
Corro, ma intravedo una figura nitida che oscilla tra la linea e ciò che vi è dopo. Non è un uomo o una donna, è una bambina. Troppo bassa. Porta un cappellino azzurro, spicca tra il nulla che la contiene. È mia figlia.
Alla faccia delle responsabilità.
Questo posto è un fottuto inferno.
“Guarda cosa ti perdi a fare la persona per bene. Guarda cosa ti perdi a fare la persona libera”.
Si è girata, mi ha guardato ed è caduta.

Non starò a dirvi altro, non voglio esporvi ad un dolore che so per certo essere fittizio.
Devo aggrapparmi a qualcosa, prima di cadere.
Una donna, o meglio, un bipede dotato delle sembianze di ciò che sarebbe dovuto essere mia moglie, sbuca alla mia destra. È vestita con un impermeabile ed un cappello, accarezza il pomello del suo bastone e fissa il vuoto di fronte a sé. Si porta alla bocca un pipa. E comincia:
“Ma dico io, questi giovani d’oggi? Quella ragazza sarà stata anche nostra figlia ma non aveva nulla di me. I nostri genitori ci hanno insegnato il rispetto e i veri valori da onorare e mettere in pratica attraverso l’educazione. Quella vipera birbante era la mia antitesi. Dov’è finito il bon-ton tradizionale? Non sarebbe mai stata la giusta rappresentazione di quello che una donna deve essere, secondo me e secondo te. Quindi, secondo tutti. Sarebbe diventata una prostituta, avrebbe vissuto sotto i ponti, si sarebbe coperta di crimini peccaminosi. No, no, no.”
Quindi è finita così. Anzi no. Quella linea non è la fine. La scena si ripete, in ogni momento. La… bambina ritorna sull’orlo ma, leggiadra, ricade un’altra volta. Soltanto per tornare, oscillare di nuovo, cadere di nuovo. E neppure le mie gambe si muovono più: a dire il vero sì, effettivamente si muovono, ma non portano da nessuna parte. Non mi avvicino né allontano dalla bambina che ritorna. Mia… figlia… che cade ed è lì. È viva, poi è morta.
Sono incerto su come sentirmi, ma un velo opprimente mi impone di sentirmi indignato e disgustato: una sciocca ha sconvolto la stabilità di questo… posto?
Anche se quella è mia figlia, merda, è mia figlia!
Per non assistere di più a questo spettacolo, volto la testa e vedo gli edifici che hanno segnato il mio percorso implodere, creparsi. Niente, una forza sopranaturale colpisce il tetto del grattacielo e questo si apre in due come un’anguria. Si vedono mattoni che svolazzano in giro, potrebbero essere scambiati per uccelli a dire la verità. Ma, a guardare meglio, ci si accorge che quei palazzi non sono del tutto disabitati: altre tipologie di uccelli spiegano le ali in cerca di una corrente d’aria ma precipitano miseramente. Sono umani.
Se questi bambolotti apatici si possono definire umani.
Mia moglie è come se non ci fosse mai stata. Perché ora non c’è più.
Qua fa tutto abbastanza schifo. Quel gelato che il mio amico ha comprato, da dove viene se qui nessuno lavora? Nessuno coltiva fragole, nessuno munge mucche, nessuno coltiva cereali. È tutto importato, dunque. Sappiamo tutti che di legami commerciali con questo posto non ne stingerebbe nessuno, e diciamocelo: il sapore di quel gelato sarà sicuramente lo stesso di un sasso a terra di questo posto. Come può essere che lo standard di un prodotto importato da chissà dove possa eguagliare la pienezza di questo posto? Qui, nulla è all’altezza.
Per di più, tutto sta lentamente collassando, per poi ripetersi. È questo il modo?
La sofferenza la si prova una volta, quando ciò che deve accadere accade. Se fate gli imbroglioni e incastonate quel momento in un loop temporale, tutto perde di significato. Avrò visto morire mia figlia una cinquantina di volte. Può darsi che le prime volte faccia piangere, ve lo concedo, anche la seconda e la terza ma alla quarta volta ti senti preso in giro. Perché continuate a mostrarmelo? L’avrò capito che mia figlia è morta.
Ma ora che la smetto di lamentarmi, e ci penso. Non ho versato neppure una lacrima. Per la cinquecentesima volta, non un filo di tristezza.
Cosa ho fatto finora?
Fantoccia – 2016

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