Dalla finestra

tempo di lettura: 7 minuti

Sono davanti alla mia finestra, un leggero soffio d’aria mi lambisce il volto.
Ho chiesto di essere messo qui, come ogni giorno da quando non ho più completamente l’uso delle gambe e il bastone mi è pesante fra le mani.

Voglio osservare ciò che succede fuori, nella strada, nelle case attorno, cercare di entrare e partecipare a quella vita di cui io non faccio più parte da molto, troppo tempo.
La mia è una postazione privilegiata, ero qui prima di tutti loro, sono stato qui quando alcune di quelle case non erano nemmeno costruite, me le sono godute poco per volta: i camion, il materiale scaricato, il suono che fa la corda quando si tende per alzare il peso che dovrà salire, i muratori che bestemmiano prima in dialetto, poi sempre più in altre lingue e idiomi, ora aspri ora dolci.
Io osservo cose, osservo persone e animali, continuamente discernendo ciò che è importante e ciò che rimane banalmente legato ad un incedere quotidiano senza nessun senso. Mia figlia che mi accompagna ogni giorno mi prende in giro perché dice che senza senso sono le cose che credo di vedere, ma lei non comprende l’essenza.
Prendiamo oggi ad esempio: vi dimostrerò che di quello che è avvenuto sotto i miei occhi, ho colto ciò che era fondamentale, vedendo e comprendendo la verità piena di ciò che è successo.
Stavo dicendo che osservo le vite dei miei vicini e dei passanti abituali per la strada sotto casa.
Il paese è tranquillo, mi lascia del tempo per elaborare e imparare ciò che percepisco.
Ho compreso che il cambiamento dal giorno alla notte si annuncia con un cambiamento della qualità dei rumori.

Rientrano i vicini, ad esempio, i negozi si riempiono e auto si fermano e ripartono da davanti. Iniziano le parole in arrivo dalle finestre, famiglie che ascolto ridere e urlare tra di loro.
Nella mia mente si formano immagini, e dire questo da parte di un cieco non sembra credibile, come faccio a sapere che sono immagini? Come posso dire che ciò che vedo rispecchia la qualità del suono che sento?

Il passo veloce di chi corre, gomma che batte sull’asfalto al ritmo di qualche canzone in cuffia.
Gli odori di gasolio e benzina combusti che impregnano l’atmosfera per un momento molto lungo, fino a quando l’aria scura della notte prende il sopravvento a pulire il tutto.
Lo so, li conosco anche se quando persi la vista ero solo un bambino che rincorreva il sogno di comperarsi una moto. Pagavano bene allora le bombe recuperate dalle trincee della prima guerra mondiale, a me non interessava tenerle o farle vedere agli amici come facevano molti. Non avevo l’indole del collezionista, di colui che vive in funzione di ciò che ha e ciò che ha è in funzione di ciò che manca ad altri.

Per me non si trattava di un piccolo divertimento domenicale o di una passione viscerale che mi portava a sapere tutto e studiare. Io avevo uno scopo, avevo calcolato che in un’estate avrei potuto comperare una MV Augusta come quella di Agostini e se mi andava bene anche meno, bastava trovare qualche deposito nascosto non ancora scoperto.
E quel deposito venne fuori mentre ero in cerca lungo i ricoveri del Monte Fior, l’avevano lasciato i nostri durante la precipitosa ritirata in cui gli Austriaci arrivarono a vedere Venezia.
Fuoco amico in qualche modo, appena scoperte le tavole non ancora marce di quella buca la mia moto era lì sotto forma di spolette, polvere nera e ferro. Proprio questa combinazione fece sì che mentre portavo alcune bombe a mano poco distanti, una mi scoppiasse e oltre a lasciare la mano lasciai il sole e la vista.

Fu per me uno scoppio nero come la notte e un dolore quasi dolce dapprima, senza nessuna sensazione fino a quando sentii un po’ alla volta il ferro rovente bruciare e bruciare. Un dolore continuo e insopportabile che continuava inestinguibile a divorare una mano che non c’era già più.
Ma ora è un altro tempo e quello scoppio che ha portato via anni ed ha lasciato per sempre in me la visione del fuoco che brucia e sparge la notte, non è tutto ciò che ho vissuto, che ricordo e che vedo in questo buio.

L’estate è avanzata, ne ricordo i colori come erano, razionalmente so che è diversa ma la mia mente si aggrappa ad immagini lontane. Quasi mi dico che sarebbe stato meglio non avere mai visto e non ricordare piuttosto che rimanere in questo oblio che per me non è nero ma vive di rimpianti e colpe che si uniscono a distorcere ciò che vedo dentro.
Questa sera c’è un non so che di diverso, i miei vicini, coloro che mi stanno di fronte e che per primi al mattino mi fanno sentire le loro voci, tardano a calmarsi, parlano piano senza le solite urla ma continuamente, senza venire interrotti da programmi televisivi. Percepisco che in fondo c’è un misto di eccitazione e stanchezza, sento dalle finestre aperte il rumore di porte interne e armadi aprirsi e chiudersi.
So che la scienza ha coniato un nome preciso per ciò che provo e ciò che vedo, ma non pensavo potesse essere così vero ed intenso ciò che percepisco con gli altri sensi. Sono sicuro però che questo mi ha permesso di essere razionale su un piano completamente diverso da chi deve fare i conti con la luce dello spettro visibile.
Ascolto questa sera strana, scende il capofamiglia, non sento effettivamente ma percepisco il passo, lo strisciare delle scarpe o ciabatte, non zoccoli, quelli non li odo da tanto tempo, c’è qualcosa di diverso, di solito sono rintanati a guardare la tv, di solito c’è il vuoto o qualche auto che passa. Non riesco a catalogare quel suono che lo accompagna ma sono in ascolto, finalmente immagini nuove sconosciute, non so cosa dire, cosa pensare, ne parlerò con mia figlia domani. Sono ancora e sempre in ascolto, lo sento, apre l’auto e di nuovo un rumore fuori dalla routine. Non penso che loro siano consapevoli della mia presenza. Io ascolto e memorizzo, pronto rielaborare e rileggere nei giorni uguali mettendo in fila casualità ed effetti, ciò che si concatena e ciò che è sciolto.
Il mio cervello rielabora continuamente immagini conosciute in modo che non so più se sono reali o solo immaginate, come una sorta di bestiario medievale compilato partendo da realtà non più sperimentabili. Non mi capita più come nei primi tempi, anni, di non riuscire a riconoscere cosa sta succedendo. Quando questo avveniva in passato mi prendeva una sorta d’inquietudine e quasi paura, ora è diventato un gioco che mi permette, quelle poche volte che succede, di riempire le ore vuote di luce.
Si allontana e sento il suo passo più veloce e libero. Entra in casa e parla, sono ancora tutti svegli penso. Lo sento preoccupato, il tono di voce sale e scende e pur non afferrando le parole comprendo che è agitato.
Dopo un po’ apre la porta di casa ancora una volta, non saprei come mai, ma sento chiaramente lo svolgersi della vita dentro, non succede con gli altri vicini, solo con questi, intanto lui scende con un passo pesante con quelle ciabatte di plastica.
Sento la porta dell’auto che si apre e si chiude e lui che risale in casa. Dopo un po’ i rumori si ripetono uguali: scale in discesa, porta dell’auto che si apre, porta dell’auto che si chiude, scale in salita e così via per tre o quattro volte di seguito.
Infine sento la doccia andare lungamente e più nulla, se ne vanno a dormire, prima del solito. Sono padrone dei rumori fin da adesso, il buio come fosse una sorta di amplificatore, mi permette di ascoltare lontano senza nessun problema.
Arriva mia figlia che vuole chiudere la finestra e le chiedo di lasciarla aperta, vuole sempre attaccare quel maledetto condizionatore e non comprende che farlo mi isola e non mi permette di ascoltare e percepire la notte nella sua essenza.
Sono qui ad ascoltare la notte, ascoltare il paese è l’unico modo che ho per uscire e vivere. Mettere un rumore condizionante è come chiudermi in una prigione a-sensoriale dominata da un soffio meccanico che non finisce.

Se ne va e mi abbandona alla mia amata notte, mondo di sussurri lontani.
Ecco la civetta che lancia il suo grido, è l’unico che sentirò, poi come ad ogni imbrunire parte per i territori di caccia lasciandomi in attesa della sveglia che per prima suona e dell’auto che per prima parte.
Ma la notte è interessante perché qualche volta porta novità che non riescono ad essere percepite come tali durante il giorno, come con il buio trovassero il coraggio e la forza per palesarsi alla luce come fossero parte di una dimensione che sta al limite del reale, di ciò che potrebbe ma ancora pienamente non è.

Novità quasi impossibili da riconoscere durante il giorno, ma che di notte hanno il tempo per crescere e diventare solide realtà che mi accompagneranno nelle mie ore di veglia.
Questa notte ad esempio l’auto su cui aveva armeggiato ieri sera il vicino è ripartita, sono saliti tutti, riconosco la qualità dei passi, tre persone assieme nessuno che parla.
Io ascolto e faccio ipotesi, pronto ad essere smentito ora, alle quattro di questo mattino o più avanti, durante il giorno o nel tempo a venire.
Il resto della notte passa fra gatti e il paese che non si sveglia normalmente e quando ancora il sole non è salito, arriva, pesante, un camion che si ferma qui sotto.
Porte che si aprono, rumore di ingranaggi oleodinamici che si muovono e mettono in pressione le pompe. Un sollevatore? Non sono i camion dell’immondizia venuti a svuotare i bidoni, questo è troppo vicino e non ha i rumori giusti.
Ad un certo punto sento la voce del mio vicino, quello che ha messo in moto l’auto alle quattro di questa mattina.
Un tono stanco e rassegnato quando ringrazia quello che penso possa essere il camionista.
Sono tornati, sento anche le altre due parlare piano, quasi avessero paura di rompere qualcosa.

Tre ore fa è partita un’auto, ora è tornato un camion.
Poco dopo sento le tapparelle che si alzano e la vita in questa pigra estate calda riprende, lasciandomi novità su cui pensare durante il mio dormiveglia giornaliero.

Lazarus – 2016

Fai conoscere il blog

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.