Elizabeth Bennet all’ufficio postale

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Lizzie e i signori Gardiner erano ormai in viaggio da due settimane. Erano appena arrivati a Los Angeles, e non capiva dove fossero finiti. Non conosceva questo villaggio del Derbyshire, non ne aveva mai sentito parlare, anche se più che un villaggio sembrava quasi una città delle dimensioni di Londra. Addirittura più caotica e rumorosa, e con l’aria pregna di odori che non riconosceva. Avevano preso alloggio alla locanda Blue Dolphin. Non le piaceva molto, il personale era scortese e sempre di fretta e le stanze sporche e maleodoranti. Ma di questo non poteva lamentarsi con gli zii, che erano così gentili ed entusiasti di tutto. L’unico aspetto positivo era la stanza da bagno direttamente collegata alla camera da letto e con l’acqua sempre disponibile, senza che la sguattera venisse a portarla ogni mattina. Si era sentita a disagio quando aveva scoperto che la stanza era sprovvista di pitale, ma poi si era accorta di quella strana seduta nella stanza da bagno, e quando aveva capito che serviva ad espletare proprio quelle delicate funzioni corporali ne era rimasta deliziata. Era un mistero come venisse svuotata e come, tirando una catenella, un vortice d’acqua risucchiasse ogni traccia della naturale corruttibilità del corpo umano. Lo zio era rimasto per ore a studiare il misterioso meccanismo, divertito da tanto ingegno e stupito del fatto che a Londra non fossero già diffuse queste comode innovazioni.
Mentre gli zii si dilettavano con i loro studi di idraulica – In senso orario, signora Gardiner! Gira sempre in senso orario! Quale ingegno sopraffino! – Lizzie si presentò al locandiere e gli chiese se fossero arrivate lettere per lei dall’Hertfordshire. Aspettava notizie da Jane ed era impaziente di sapere se a casa stavano tutti bene. Il locandiere la guardò con una faccia strana, e poi rispose malamente: «Signorina, non siamo mica un ufficio postale!»
Lizzie, interdetta dai toni dell’uomo, preferì ignorare la sua maleducazione. Si fece indicare la strada per raggiungere l’ufficio e il giorno dopo partì alla ricerca delle sue lettere. Los Angeles era un posto davvero insolito anche rispetto a Londra. Le strade erano ricoperte di un materiale duro e scuro. Se fosse piovuto sicuramente non ci si sarebbe infangati, ma dopo poche centinaia di metri i suoi piedi iniziarono a dolere su quel terreno troppo coriaceo. L’odore che emanava non assomigliava a nulla che le fosse conosciuto e le faceva arricciare il naso. Sotto il sole, poi, diventava rovente e sembrava quasi che si sciogliesse, al punto che ad ogni passo sentiva le suole delle scarpe appiccicarsi ad esso, come se fosse ricoperto di un sottile strato di vischio. Forse sua madre avrebbe potuto spalmare quella sostanza su di lei e le sue sorelle, per far sì che finalmente qualche buon partito rimanesse definitivamente attaccato a loro, pensò divertita. La figura del signor Darcy si stava facendo spazio nella sua mente, ma lei fu lesta a ricacciarlo indietro. Da buona Inglese in questo l’aiutò l’osservazione delle condizioni atmosferiche. Anche il clima era inusuale per quella zona d’Inghilterra, era caldo, molto più caldo che in in tutti i posti in cui fosse già stata, e non pioveva mai. A fatica si vedeva una nuvoletta attraversare il cielo azzurro. A rendere il caldo ancora più insopportabile contribuivano le numerose carrozze che correvano lungo la strada. Non capiva come ci riuscissero ma si muovevano senza cavalli ed erano velocissime. Erano molto rumorose e dal retro usciva un fumo nero, denso e maleodorante, che rendeva l’aria ancora più calda e soffocante e ti si appiccicava addosso. Ma quello che più la colpiva era il fiume di gente in mezzo a cui si trovava a camminare. La strada era piena di persone vestite in modo inusuale e spesso volgare, moltissimi indossavano abiti troppo corti che lasciavano ampiamente scoperte le gambe. Certo, sembravano abbigliamenti molto pratici, soprattutto con quel caldo, e ammetteva a se stessa di invidiarli un po’. Ma anche per lei, che a volte trovava inutili certi manierismi della buona educazione, quella mancanza di decoro sembrava eccessiva. Sperò che sua madre non riuscisse mai a mettere le mani sui cataloghi dei modisti che producevano quegli orrori. E poi avevano tutti una faccia triste e corrucciata, e si muovevano così di fretta, quasi correndo. Con lo sguardo fisso davanti a sé e senza mai guardarsi intorno. Lizzie dovette spostarsi più volte per schivare e lasciar passare alcune persone che correvano dritte a testa china come carrozze postali, e che nemmeno si erano accorte di averle tirato l’abito, calpestandolo. Ma sì, probabilmente, considerando i modi e l’abbigliamento, erano tutti sguatteri o servitori che correvano per svolgere commissioni vitali per i loro padroni. Sicuramente la città era dedita ai commerci e offriva dimora a molte ricche famiglie che avevano costruito fortune con le colonie, perché molti dei servitori che correvano accanto a lei erano negri delle Indie. Più di quanti ne avesse mai visti anche a Londra.
Non vedeva in realtà molto che le piacesse ma era tutto così insolito e curioso che non vedeva l’ora di raccontarlo a Jane nella sua prossima lettera.
Seguendo le indicazioni del locandiere arrivò senza problemi all’ufficio postale. Se la grandezza e la magnificenza di una città si misurano dal suo ufficio postale Los Angeles doveva essere una città davvero grande e triste. L’edificio che le si parò davanti era un enorme cubo grigio e scuro, senza particolari decorazioni ad abbellirne la facciata. Entrò dalla grande porta centrale e si ritrovò in un atrio altrettanto grande e grigio. L’unica nota positiva era che l’interno era molto più fresco della strada. Si diresse verso lo sportello, dove già una lunga fila di persone era in attesa. La gente prima di lei era molto strana, non mostrava il minimo decoro, quasi tutti sbuffavano impazienti, si lamentavano a voce alta e mostravano la loro irritazione spostando continuamente il peso da una gamba all’altra. Davanti a Lizzie c’era una signora nera, bassa e rotondetta, sicuramente la cameriera di qualche ricco mercante o di una nobile famiglia che aveva contatti con le Indie. Chissà da quale colonia proveniva. Era incuriosita ma anche in po’ intimorita dai suoi modi, che dovevano evidentemente essere ancora limati per adattarsi agli usi inglesi. La donna probabilmente si accorse delle sue occhiate sfuggenti, perché improvvisamente si voltò e squadrò Lizzie dall’alto in basso, senza alcun ritegno, e sbottò «E questa da quale festa in maschera se ne esce?» Alcune persone dietro di lei sghignazzarono.
Ancora una volta Lizzie rimase talmente sconcertata dai toni e dalle parole che non riuscì a replicare, e si limitò a distogliere lo sguardo.
Fortunatamente la fila era veloce e presto arrivò il suo turno. Allo sportello c’era una donna, e già questo la lasciò perplessa. In quella città c’erano così pochi uomini che dovevano far svolgere certe mansioni ad una signora? Anche questa donna aveva uno sguardo stanco e rassegnato, e senza tanti preamboli arrivò diretta alla questione: «Il prossimo.»
Lizzie la guardò, sorridendo incoraggiante. «Buongiorno, signora, sono Miss Elizabeth Bennet, mi scusi se la disturbo, è per caso arrivata qualche lettera per me dall’Hertfordshire?»
La donna la squadrò per un istante, come se non riuscisse a capire quello che le diceva.
«Deve ritirare una raccomandata?»
«Come, prego?»
«Una raccomanda! Serve la cartolina per ritirarla. Se non ce l’ha non la può ritirare.»
«A dire il vero non capisco di cosa stia parlando, io devo solo ritirare delle semplici lettere che dovrebbero avermi inviato da casa. Può guardare se è arrivato qualcosa per Miss Elizabeth Bennet, alloggiata alla locanda Blue Dolphin in Palm Street?»
«Non le sono arrivate delle lettere? Allora deve compilare l’apposito modulo per i reclami, lo trova allo sportello là in fondo.»
«Oh, no no, nessun reclamo, siete tutti bravissimi, non credo che la mia posta sia stata smarrita, volevo solo sapere se è arrivato qualcosa per me.»
«Signorina, la posta semplice la recapitiamo direttamente a casa tramite i nostri postini. Deve aspettare che le arrivi a casa.»
«Ma io non risiedo qui, sono alloggiata al Blue Dolphin.»
«E’ la sua residenza fissa? Perché se risiede lì deve compilare l’apposito modulo per farsi mandare la posta al suo attuale indirizzo.»
«No, no, lei è molto gentile ma io sono alloggiata lì solo temporaneamente, sto viaggiando con i miei zii attraverso il Derbyshire e Los Angeles è solo una delle nostre tappe.»
«Ma allora vuole attivare una casella postale? Deve compilare l’apposito modulo per richiedere una casella postale.»
«Casella postale? No, io non ne ho bisogno, e a dire il vero non so nemmeno cosa sia. Ma è possibile che il sistema postale inglese in questa città sia così complicato?»
La donna socchiuse gli occhi, spazientita, e le rispose in un sibilo: «Qui non siamo in Inghilterra, carina. Che le piaccia o no così funziona il sistema postale degli Stati Uniti d’America. Ora decida quale servizio postale le serve, prenda l’apposito modulo, si allontani e si rimetta in fila solo quando l’avrà correttamente compilato.»
Lizzie non ci capiva più nulla. Cosa c’entrava il servizio postale delle colonie con l’efficiente servizio della Reale Posta Britannica? A quella gente il troppo sole e i troppi viaggi per mare avevano dato alla testa. Probabilmente erano tutti reduci dallo scorbuto. Voleva solo sapere se erano arrivate lettere a suo nome e quella donna sembrava non voler capire, e continuava a dirle di compilare moduli per chiedere cose che lei nemmeno sapeva cosa fossero. Iniziava a dolerle la testa. Nemmeno Caroline Bingley con la sua arroganza era mai riuscita a farle perdere la pazienza a quel modo. Ma almeno con la signorina Bingley ci si poteva divertire rispondendo a tono. A questa donna, invece, avrebbe potuto dire qualsiasi cosa, dal rimprovero più severo all’arguzia più sottile, che sarebbe scivolata sopra la sua corazza di marmorea ottusità. Si accorse solo in quel momento che stava battendo con forza sul pavimento lucido il tacco della scarpa e che stava stringendo i denti fino a farsi dolere la mascella. La testa le pulsava sempre più forte. Respirò a fondo e si costrinse a rilassare tutto il corpo, per recuperare un tono calmo e controllato e provare ancora una volta a far ragionare la donna. E invece si sentì sbottare, senza riuscire a controllare il tono della voce, che le uscì troppo alta e stridula.
«Insomma, ci sono o non ci sono lettere indirizzate a Miss Elizabeth Bennet?»
Evidentemente in quella città, dove tutti erano tristi e scortesi, non si apprezzava molto che la gente alzasse il tono di voce, perché dopo averla guardata a lungo e in silenzio la donna fece un cenno all’usciere in fondo all’atrio.
«Sicurezza, accompagni la signorina alla porta, sta rallentando la fila e sta usando toni minacciosi. Ecco, le lascio i moduli da compilare, decida quello che vuole fare e torni quando avrà deciso e si sarà calmata. Buona giornata e grazie per aver scelto il servizio postale nazionale.»
Prima che potesse rendersi conto di cosa stava accadendo, Lizzie si ritrovò in strada, sotto il sole cocente, con in mano una pila di moduli incomprensibili e nessuna lettera. Ora capiva perché la gente aveva tutta quella faccia. Si inserì nel flusso di persone tristi e grigie e senza pensare si lasciò trasportare fino al Blue Dolphin.

FK – 2016

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