Moby Dick scala 1:1.000

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Moby Dick sapeva di essere nato per dominare, giammai per essere domato. Osservava il mondo con il piglio di chi misura la piccolezza dei suoi avversari, e la schifa. Ogni giorno sfilavano davanti a lui esseri umani slavati e insignificanti che quando lo vedevano si abbassavano verso di lui, per sbeffeggiarlo con moine e smorfie insultanti o elargirgli la loro nauseabonda pietà. Poteva mai il Re di Tutti i Mari, anche in quella condizione di prigionia, aver bisogno della pietà di quei vili bipedi?
Il suo acerrimo nemico era Achab, un infido e astioso essere umano fra i peggiori che mai avessero percorso la terra e attraversato i mari. Incarnava tutto ciò contro cui il suo corpo e il suo spirito avrebbero dovuto lottare per riconquistare la sua libertà nelle oscurità degli abissi. Ma Achab era anche colui al quale era legato da un filo indissolubile, e la persona da cui, nonostante tutto, dipendeva la sua stessa esistenza. Era la sua nemesi.
Achab aveva otto anni. Due anni prima aveva chiesto con insistenza un cagnolino, battendo i piedi con forza, rotolandosi a terra urlante, e trattenendo così a lungo il fiato da sembrare una pentola a pressione, pronta ad esplodere. I suoi genitori, dotati di un senso dell’umorismo criptico, gli avevano regalato Moby Dick, un pesce rosso. Era disgustato da quell’animaletto, ai suoi occhi privo di qualsiasi attrattiva o dote degna di interesse. Appena i suoi genitori si allontanarono Achab cercò di liberarsi di quell’esserino insignificante, gettandolo nello scarico del gabinetto. Moby Dick, però, era un pesciolino coraggioso e pieno di risorse. Era il Re degli Oceani. E quel giorno non aveva certo voglia di morire. Con non pochi sforzi contrastò il vortice d’acqua che cercava di risucchiarlo per sempre negli scarichi, e quando la tempesta finì eccolo lì, sopravvissuto, che nuotava nella tazza del gabinetto esausto ma indomito. Il bambino era incredulo e irritato.
Tre volte Achab provò ad ucciderlo, tre volte Moby Dick si rivelò più forte della volontà del suo aguzzino. Alla fine l’ammirazione e il rispetto presero il sopravvento. Il bambino rimase così colpito dalla tenacia del pesciolino, che decise di portarlo sempre con sé, come suo fido compagno. Quando usciva di casa travasava il pesciolino e l’acqua della sua boccia in un sacchetto per surgelati e lo portava sempre con sé, appeso come un laccetto al suo polso sinistro.
Moby Dick mal tollerava la condizione di schiavitù nomade alla quale era suo malgrado sottoposto. Ricambiava con sguardi carichi d’odio e disprezzo tanto i gridolini zuccherosi che lanciavano le signore quando si accorgevano di lui, quanto le risate seghettate degli altri ragazzi che lo prendevano in giro. Dentro di sé pensava solo a come riconquistare la libertà.
Fu durante uno dei loro pomeriggi clandestini al cinema che Moby Dick ebbe la giusta folgorazione. Achab era comodamente seduto in una poltrona nelle prime file, con il pesciolino appeso al braccio, entrambi avvolti nell’oscurità della sala. Achab adorava il cinema ma i suoi genitori difficilmente gli davano il permesso di andare. Era un postaccio frequentato da gentaglia, e gli spettacoli che Achab prediligeva non erano dei più edificanti. Quel giorno il film proiettato raccontava la storia di uno squalo vampiro che di notte si trasformava e raggiungeva la terra per succhiare il sangue di vergini innocenti, mentre di giorno le sue vittime erano i tonni rossi, che piegava alla sua volontà, in modo da costruire un esercito da lanciare a testate contro i delfini e le balene, per liberare gli Oceani dell’inutile presenza di mammiferi in combutta con gli umani.
Inizialmente indifferente, Moby Dick fu lentamente conquistato da quella storia e dal suo oscuro protagonista. E all’improvviso fu colpito da un’epifania. Ora sapeva quello che doveva fare. Cominciò a dare testate al sacchetto, prendendo la rincorsa nel poco spazio che aveva a disposizione. Sempre più forte, sempre più forte, finché Achab sentì uno strattone al polso, e subito capì cosa stava succedendo. Il bambino ordinava perentorio al pesciolino di calmarsi e stare fermo, ma ormai Moby Dick aveva un solo obiettivo in testa, e nessuno avrebbe più potuto dirgli cosa fare. Preso dal panico, si alzò diretto all’uscita, ma ormai il pesciolino era agli ultimi sforzi. Quando il bambino raggiunse la prima fila arrivò il colpo decisivo. Il sacchetto esplose come un gavettone, e Moby Dick si ritrovò a saltellare a terra. Achab lanciò un urlo e si chinò, nel disperato tentativo di afferrare quel corpicino agonizzante, che guizzava in balzi sincopati sul pavimento leggermente in pendenza della sala. Ma Moby Dick non aveva ancora esaurito tutte le sue risorse. Seguì l’acqua, che scorreva indicandogli la strada verso l’uscita di sicurezza. All’altezza del maniglione antipanico era attaccato un adesivo, Spingere in caso di emergenza. Con un ultimo potente guizzo saltò all’altezza della maniglia, poi con un tuffo carpiato si lasciò ricadere verso terra, tracciando nell’aria una curva che lo portò a scivolare dolcemente attraverso la fessura tra la porta e il pavimento.
Achab spinse con forza, disperato. L’uscita dava direttamente sul vicoletto dietro al cinema. Si ritrovò in strada, alla ricerca del corpo ormai in fin di vita del suo pesciolino, ma di Moby Dick non c’era più traccia. Il Re degli Oceani era scomparso. Alle sue spalle sentì un plop. Si voltò di scatto, ma niente. Poi la vide, proprio in mezzo al vicoletto, la piccola griglia che lasciava defluire l’acqua piovana, portandola verso le fognature, e poi chissà dove. Si avvicinò, incredulo. Dalle oscure profondità sotto la griglia gli giunse il suono di una risata gorgogliante.

FK – 2016

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