Protosincrotone

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La strada si snodava lungo le colline per arrivare all’altopiano. Mi trovavo in quella regione che non è più Italia ma non è ancora Slovenia, dove la storia comune raccontava di faide e salti di vuoto e divisioni assurde su pretesti non rilevanti per la vita di ogni giorno.

La strada faceva curve strane seguendo il mare e la montagna, in lontananza raffinerie e castelli e sul monte pietre, alberi ancora spogli e saliscendi che sapevano di collina. Protosincrotone recitava il cartello indicatore, ma attaccato sotto con del filo di ferro un altro cartello giallo deviazione.

Quella deviazione scendeva all’interno di una faggeta scarna di foglie e di vita. Ricordavo, percorrendo quelle curve e quei rettilinei immersi nella nebbia di fine giornata, che in questi monti e in queste grotte naturali si scatenarono vendette dettate dall’odio etnico dopo la seconda guerra mondiale. Non facevo mai questa via che scendeva per valli disabitate e risaliva pendii scuri, se non per un caso fortuito come questo, in quanto essere da solo in quelle zone, anche se dentro un’auto, con il sole che stava scendendo e in mezzo alla nebbia mi faceva salire alla mente paure infantili mai sopite completamente.

Ormai erano ore che guidavo, avevo attraversato tutto il nordest d’Italia con un’auto presa a noleggio ma quella tratta, almeno fino all’uscita dell’autostrada, la facevo più o meno tre volte alla settimana in camion. Ora era Domenica non c’era praticamente nessuno in giro e stavo rientrando nella mia vecchia casa, che usavo poche settimane all’anno in momenti di ferie, tornando a quei luoghi che conoscevo bene per esserci nato e vissuto prima da bambino, fino a quando i miei genitori emigrarono nella lontana Milano, e poi da studente a Trieste in quanto pur essendo in piena montagna e isolata, non era molto distante dalla sede dell’università e dai laboratori di fisica delle particelle.

Sto arrivando amore mio, vengo danzando le mie paure, vengo accarezzando il corpo elastico in un salto, una capriola, elementi di un ballo nuovo e sensuale.

Arrivo ad imparare mondi nuovi e cose lontane, corro, come fossi pensiero e oltre al limite della massa universale, eccomi qui da te ormai!

Non ho pazienza, voglio arrivare, strade sterrate su cui non mi frega nulla di rallentare, l’auto che domani mi ruberanno non è mia e dopodomani sarà già in qualche deposito dell’est in attesa di essere riutilizzata.

Era la casa ideale per le feste e per portarci le ragazze, e per le serate con gli amici dell’università quando questi capirono che potevo avere quel rifugio disponibile tutto il tempo che volevo e che tutto sommato non avevo pretese di stare da solo e non ero per nulla rompiballe. Organizzavamo almeno tre feste ogni mese e io ci mettevo la casa, loro, gli amici portavano tutto l’occorrente per potersi divertire a dovere. Le serate dopo un po’ acquisirono un alone speciale, si arrivava solo attraverso il passaparola e avevo fermamente minacciato di chiudere tutto se chi entrava o anche solo arrivava alla porta della casa non avesse avuto qualcuno che lo presentava e garantiva per lui. Molto in stile massone o setta segreta, ma volevo in qualche modo mantenere intatta la possibilità di essere lasciato in pace se fosse successo qualcosa. Fu lì che cominciai a capire le donne, i miei “amici” studenti e il mondo adulto. In una di quelle feste conobbi Danika, a dire il vero rimase nella casa una volta finita la festa e ancora prima di capire che volevo condividere con lei tutto, fece in maniera che mi legassi a lei oltre quello che pensavo. Capitava spesso che quando tutti andavano via, Dani era ancora lì, come fosse l’unica cosa naturale da fare.

Lei non invadeva nulla della mia vita e delle mie abitudini e nel tempo in cui era lì lasciava che io mi occupassi delle cose che mi piaceva fare da solo. Dani era una presenza silenziosa quando doveva esserlo e urlante quando doveva esserlo, pronta a vivere oltre assieme a me.

I miei genitori si presentavano una volta al mese e in quei momenti la casa era invariabilmente in ordine e senza nessuna donna in vista, al massimo qualche amico da presentare per non destare sospetti. Dani non mi chiese mai nulla e quando la mandavo via andava senza nessuna resistenza

Purtroppo andai un po’ troppo fuori corso e mio padre, che si era comperato il camion dove lavorava, mi prese con se in maniera che cominciassi una tradizione familiare e la smettessi di utilizzare soldi che non contribuivo a guadagnare. Per un po’ continuarono anche le feste ma alla fine il passaparola il lavoro e l’età furono artefici di una selezione naturale che si protrasse fino a lasciare noi due soli durante i fine settimana dentro quelle stanze.

Ritornavo continuamente, la casa e Dani che mi aspettava pronta a non lasciarmi tregua per tutto il tempo che sarei rimasto lì si erano impossessate di me.

Erano fine settimana scuri e abissali, non ero sempre completamente cosciente di quello che stavamo facendo, ma Dani con i suoi studi di antropologia mi rassicurava continuamente che nulla era nuovo e tutto era già stato fatto. Mi fece leggere libri e provare riti, voleva capire dove un essere umano poteva spingersi, io assistevo. Alla fine eravamo compagni e correvo da lei ogni volta che potevo.

Ti ricordi cara mia Dani come stavamo bene in place Vendome quando parlammo di noi a quel pretino appena uscito dal seminario?

Mi raccontasti che lo avevi ritrovato molti anni dopo solo a Notre Dame, sicura che fosse lui quando per il tuo giornale ti capitò di seguire un caso di follia avvenuto in Francia. Un povero mitomane coglione che regalava soldi ai passanti pensando di averne a milioni, uccideva per procurarseli, senza nemmeno comprendere cosa stava facendo. La sua ossessione lo rodeva dentro e nessuno lo aveva capito fino a quando non lasciò quello stesso prete sul selciato agonizzante per rubare i pochi spiccioli che portava in tasca. Quando ritornasti non eri Danika e mi insegnasti a vivere a morire e ad amare.

Torno continuamente anche ora, non ne posso fare a meno, la mia famiglia non c’è più ma mi osserva dal prato nascosto dietro casa dove sono sepolti.

In quegli anni il mio mondo collassò si espanse esplose e ricominciò come un piccolo punto molte volte. Dani era ancora lì che mi attendeva e mi costringeva a tornare ancora e ancora e ancora in un continuo cerchio.

I tronchi grigi sfilano a fianco della strada, paracarri fra due mondi.

Ora ho te simulacro di Danika, sei quasi come lei, devi solo superare l’ultima prova, altre hanno provato e hanno fallito.

Eccomi mio amore, danzo per te, il mio corpo la mia mente si muovono all’unisono con le mie profonde paure, con i tuoi vagiti appena iniziati. Sei contenta, vedo che sotto la tua maschera che non vuole cadere tutto di te parla un canto d’amore.

Sono qui, accanto a te, scrutando nel profondo del tuo essere, ti ho coperta, ti ho amata nell’amore, ti ho sentita fremere di passione e di speranza, ti sei lasciata andare, lottando per rimanere ancorata a quella terra che sentivi andare.

Non sei la prima, ma ora, vicino a me ti amo come l’abbraccio di mia madre che mi stringeva per consolarmi e ti odio come il bastone.

Quella sera, dopo che ebbero scoperto il mio ennesimo furto in casa per comperarmi l’amicizia dei miei compagni di classe, arrivarono nella mia camera, lei aveva il bastone in mano ma conservò una parvenza di pietà perché lo usò lasciando la coperta stesa sopra il mio corpo. Il male non fu molto, mia sorella che guardava immobile era la vera punizione. Mai più, promise il mio corpo, non lo capii allora cosa mi aveva insegnato mia madre, ma ora che ho sperimentato più e più volte so, ora so per certo.

Sei sempre tu, cara mia, non cambi mai, in questo luogo benedetto dalle lacrime ci sei tu Danika, quando mi riuscì di ricordare il bastone e dimenticare gli abbracci mi sentii libero, da costrizioni e da evidenze culturali, tu mi incoraggiasti a continuare fino a quando i nostri corpi furono un rantolo di carne.

Quel sangue, quella tonaca bagnata, quella camicia così bianca furono il segnale.

Fu allora mia cara che anche tu lasciasti uscire le tue ossessioni e finalmente vuota purificata fino a renderti diafana e trasparente agli occhi di Dio e della Storia, lasciasti andare ciò che eri profondamente in un atto di liberazione mistica.

Ma si sa la storia non sempre è maestra e devono intervenire forze che esulano da noi stessi dal nostro essere uomini o membri di una specie ben precisa per comprendere fino in fondo.

Noi superammo il nostro essere uomini e donne ed entrammo come immortali nel regno della perfezione, ammirammo le convenzioni per distruggerle una a una e così rimanerne liberati.

Tu che sei qui ora, novella Danika, ora insegnerò anche a te, ti leggerò le mie ferite, racconterò le mie piaghe, se saprai amarle sarai libera.

Non capisco perché mi stai guardando così, io ti comprendo, te l’ho detto, te l’ho fatto capire con azioni e con le parole, eppure con il tuo sguardo rinfacci a me di non aver capito ciò che sei e ciò che eri, tu che quando sei entrata nel mio animo hai demolito senza sosta per poi ricostruire un lieto fine di momenti e azioni e cose senza nessun inquinamento.

Avresti dovuto cambiare strada quando ti invitai, non pensavi potessi darti verità e non menzogne, ed ora mi guardi con odio come se ti fossi sbagliata. Non era tuo compito accettare ciò che pensavi ti offrissi, non hai saputo leggere, bambina analfabeta.

Potevi leggere nei miei occhi ciò che stava scritto dentro di me, potevi ascoltare le mie parole e conoscere il significato oltre il suono. Non hai ascoltato, non hai guardato ed io anni e anni ho aspettato immobile come la mia anima, come il mio sistema nervoso, che qualcosa avvenisse.

Ma mi fermerò con te oggi e ti racconterò storie di mondi che non sono ancora e che tu mi aiuterai ad esplorare.

Non ricordo più il tuo nome, non so se sei più una o molte ma in te vivono quelle che ti hanno preceduta e hanno costruito la scala verso la perfezione.
Lazarus – 2017

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