Un Natale nel futuro? *

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Nel 3089 l’uomo si è scoperto, infine, solo nell’Universo.
“Nessuna forma di vita rilevata” riecheggiò fin da spazi sempre più remoti: una potente paura, nuova ma ancestrale, soppresse l’umana brama di sapere.
Così l’uomo lasciò la Terra al disfacimento ch’è della Materia.
Obliando l’insostenibile verità della solitudine fuggì dal reale, in una dimensione appositamente costruitosi.
Ma il delitto, la pazzia, le malvagità non furono ammesse: bandite sulla Terra si autodistrussero quasi definitivamente. Il 4002, un nuovo anno 0, d.C. (dopo la Chiusura), rovesciò così nel caos tutta la Storia prima venuta.
Il cadavere della Terra diede in sboccio grandi mali, ma intorno al 570 d.C. qualcos’altro di misterioso sbrecciò la pelle del vecchio pianeta: a redimerne le sorti.

Tre giorni fa il suo cane è morto, intossicato dissero, da qualcosa nella foresta.
Pochi si dispiacquero molto, i più sibilarono: «Prima o poi doveva accadere».
Era uno dei cani più longevi che avessero mai visto, aveva circa novecento giorni, ma da un pezzo si addentrava fra gli alberi uscendosene dopo ore, presto quindi sarebbe tornato schiumante sulla soglia della capanna e non fece manco in tempo ad entrare, da dentro il padre di Yolmo lo vide cadere lì sull’uscio.
L’urlo del figlio, saputolo, atterrì l’intera comunità.

Ora nel buio del loro tugurio sua madre narra al piccolo la Storia che al mattino gli Umani hanno inviato nel skcireen:
«Ti sei chiusa in camera
con la casa silente alle spalle,
come sempre prima di dormire la lasci là dietro.
Ma oggi è la Vigilia di Natale.
Il tuo entusiasmo solo riecheggia
per la baita: ti fa sentir ancor più sola.
Allora buttati nel letto! E ad occhi chiusi
batti le dita sulla pancia, i piedi sulla coperta.
Le prime suonano una linea di basso, i piedi sulla coperta:
tamburi d’un batterista fuor di testa,
nella testa un suono di chitarra.
Dici parole dalle labbra al microfono,
i pensieri si spalancano come riflettori:
ora sei una canzone.
Si canta d’una gatta-ragazza
che dei vecchi curava i cuori.
Fece una bara coi lor dolori,
dove s’è stesa ed è diventata morta,
la neve di Natale l’ha coperta.
La mattina un bimbo l’ha trovata sotto l’albero,
dentro una palla di Natale:
la bara aperta, lei ballava…»

Kapo, comparso sull’uscio, grida: «Maj! Yolmo! Venite presto, sono qui… Dei terrestri estranei!»
«Oh Yolmo forse la Storia ci predige questo! Veloce, vieni.» ma infine alla mamma tocca andare sola.
«Kapo Yolmo è sempre più stanco, debole… Ma un evento simile? Ricapiterà mai?»
«Io sono il primo, tra tutti i miei avi, a sentir di una cosa così, voglio vedere! La Storia lo ha cantato! Può accadere di tutto.»

Quasi tutta la loro Comunità, circa una decina di terrestri, è già al centro del villaggio, arrivati Maj e Kapo vengono spinti dagli ultimi piccoli in ritardo.
Al centro degli sguardi, tra le lame dei cacciatori e di un paio di vecchi malevoli, stanno i due terrestri estranei.
«Non abbiamo armi, ne cattive intenzioni…» un coltello taglia l’aria zittendolo.
«Uccidiamoli, in sacrificio! È scritto nella Storia di oggi! Cadaveri, morte…» sbraita Tobia. Molti sono stupiti: quei due parlano come loro.
«Ha ragione! Dice di corpi morti trovati dai bambini.»
«Forse è questo il “natale”…» sospetta un altro.
Ecco, uno dei due stranieri ha una violenta scossa, si preme le mani sugli occhi, inizia a parlare veloce incomprensibilmente e dondola il busto: gli astanti subito balzano indietro allarmati, urlano, uno sguaina qualcosa, balza verso gli sconosciuti…
Ora è a terra, trattenuto dal compagno del tizio in trance (quello che aveva parlato prima) che mentre lo blocca ammonisce con sguardo d’acciaio rivolto agli abitanti del villaggio: «Siamo qui in pace, se non ci volete ce ne andremo allo stesso modo: non vogliamo guai inutili.»
«Calmo Jo… Lascia questo terrestre, non ci farà nulla…» esordisce l’altro riavutosi.
«Mio Messia!…» Jo obbedisce, getta nella polvere l’arma dell’ostaggio che ritorna impaurito verso gli altri.
«Sto bene… Ma non lasceremo questa Comunità: sono i miei Padri a volerci qui, tra chi proprio oggi ha ricevuto una Loro Storia sul Natale.»
«Se siete qui in “pace”… Allora chi siete? Presentatevi.» balbetta Kapo, staccandosi dalla massa timorosa.
«Mi chiamo Séni.» si fa avanti l’epilettico, tutti notano la faccia liscissima, come i sassi d’un fiume, restano sbalorditi, ha un viso come quelli dei neonati prima che polvere e radiazioni rapide li corrompano per sempre. Tutti incantati sentono dentro una parola, un concetto udito solo rarissime volte nelle Storie e mai provato concretamente tranne ora.
Quel volto è… bello.
«Sono il Messia.» il movimento nel viso risveglia i presenti: «Il mi fido compagno è Jo, mio amico.» (un’altra parola strana e antica agli orecchi dei terrestri, questi due parlano come se leggessero una Storia).
«Il nostro è un importante viaggio, una Missione degli Umani, che sono i miei padri. Io loro figlio.»
Ora sono Maj, Kapo e tutti gli altri a tremare, occhi spalancati, così le bocche.
Si cercano a vicenda cercando di capire.
«Non temete» continua, «È tutto scritto nella vostra Storia d’oggi e in quelle ricevute in passato: credete in loro e crederete in me.» Sorride e Maj avverte una strana quiete.
«A questo proposito mi riferireste proprio la Storia d’oggi? Parla del Natale, vi narrerò cos’è, non sembra lo sappiate.»
«…Ve la racconterò io. Andiamo tutti alla Casa Centrale.» propone Maj.

Finita la Storia, raccolti nel grande capanno, un piccolo interrompe la meditazione di Séni: «Ma se gli Umani sono tuoi padri, perché non sai le loro Storie? Non te le raccontano?»
Prima che il dubbio veli tutti gli occhi dei presenti egli s’alza, dice: «La risposta a ciò, piccolo, è nella Storia del Natale, ma prima di narrarvela come ulteriore prova della verità di ciò che dico e dirò, ecco: guardate coi vostri occhi.» e il Messia cala il suo grande manto, a scoprire due tondi seni gentili, e fianchi aspri, forti, e un sesso mascolino.
«Impossibile…» sfugge a Tobia: «Mio nonno mi diceva… Come al tempo di suo nonno ricordassero di esseri estinti “né maschio né femmina, acqua o fuoco, sole o luna: luce ed ombra”, terrestri perfetti “nati da uno in uno: sono entrambe le cose eppure nessuna”. Tu, sei davvero Figlio degli Umani.» cala un’incredula meraviglia.
«Sì.» Séni si riveste nel silenzio contemplativo generale: «Ora, il Natale: avvicinatevi a me, ve lo racconterò e vi darò… Speranza.
Prima che giungessi qui dal Loro Regno, nel skcireen della Comunità da dove vengo (non siete soli al mondo, esistono altri gruppi come voi, rari, ma ci sono) gli Umani inviarono una Storia recante il nome di un terrestre che lì viveva: era per lui, v’era scritto come la Speranza per tutte le Comunità terrestri sarebbe presto giunta: “quando il mondo perderà i suoi colori e l’acqua acquisterà il proprio”, e che lui solo doveva divenirne guida e maestro.
Fu così, un mattino quella Comunità si svegliò in un mondo bianco, ogni cosa coperta d’acqua gelata. Neve, acqua bianca, ed era freddo e muto.
Quella notte mentre tutti stavano nella Casa Centrale, come noi ora scaldandosi ad un gran fuoco, fuori una folgore stellare squarciò il cielo e caduta poco lontano fece tremare la terra. I terrestri ebbero paura ma al contempo una strana curiosità dentro di loro li prese per renderli tutti partecipi del Prodigio.
Uscirono nella notte con fuochi e pellicce verso il luogo dell’impatto, arrancando trepidanti con strano eccitamento. Raggiunsero il cratere e al centro d’esso fui trovato: un neonato in lucenti fasce, infangato, strillante.
Quei vagiti!
Si stagliavano nel buio come una Promessa Nuova di Resistenza al male, contro la cattiveria di questo nostro mondo e delle nostre vite vacillante di fronte a tanta voglia di Sperare; con una Forza così innocente, così pura!
Questo grande Mistero della Speranza venne chiamato “Natale”, cioè “nascita”, dal mio mentore terrestre che mi narrò questi fatti com’io ve li narro, designato a ciò, com’ho detto, da coloro che sono la Risposta alla Domanda: gli Umani.
“Come Sperare nuovamente?” È questa la domanda in un mondo malato: la nostra Terra tossica e radioattiva, noi terrestri deboli e piagati dall’odio, rivali, diffidenti gli uni gli altri.
Gli Umani mi hanno mandato perché dobbiamo andare insieme da loro: possono aiutarci, far sbocciare la speranza che la mia Nascita ha seminato in voi…»
«Basta!» scoppia in lacrime Maj «Dici cose belle, buone, ma non posso credere al Natale! Se tutto il mondo può sperare io non posso! Mio figlio sta morendo.» corre fuori dalla Casa, Kapo si alza e la segue.
«Portatemi da loro, per favore.» fa Séni.

Yolmo trema in braccio alla mamma che piange, Kapo da un canto li guarda mesto e rabbioso; odono di fuori la voce del Messia: li chiama. Kapo esce, c’è pure il resto della tribù.
«È morto il nostro cane giorni fa. Io lo bruciai, era avvelenato, avevo paura… Yolmo non fece in tempo a “salutarlo”, dormiva… Ora non mangia né parla più, non vuole alzarsi da terra.»
«Erano molto uniti! Come fratelli.» fa Maj da dentro.
«Posso vedere vostro figlio?»
«Come vuoi.» Kapo lo fa entrare.
«Ci puoi aiutare?» chiede Maj.
«Sì, farò il possibile.»
«Erano sempre insieme, lui e Blec; ma quello scemo scappava nella foresta… Non vederlo, alla fine… L’ha reso così.»
«Usciamo, andiamo fuori.» Maj non fa in tempo a protestare, Séni prende di peso Yolmo ed esce. Dice a Jo di badare ai genitori, aspettarlo lì e avere fede: s’incammina nella foresta col bimbo in braccio.
«È un pazzo! Che vuoi fare?! Ridacci Yolmo! La foresta li ucciderà!» urlano i terrestri, Jo li blocca: «Fermi! Credete nel Figlio degli Umani, ricordate il Natale!»

Dopo ore, è già notte, inizia a nevicare.
Il bimbo e il Messia tornano dalla foresta: Yolmo cammina, tiene a sé un batuffolo nero, Sèni annuncia: «Blec aveva un cucciolo, che ha resistito tre giorni da solo tra le asperità: perché ti stava aspettando.» posa la mano sulla testa del bimbo.
«Amici, è la Vita che nonostante tutto, rialza sempre il capo. La Speranza è sempre lì, sempre, basta sceglierla, è l’incredibile forza misteriosa che testimonio a voi da quando sono nato.»
Yolmo tossisce: tutti lo guardano, Maj e Kapo piangono di gioia: «Mamma, papà, io e Blechi, qui, abbiamo tanta tanta fame.»

* Il brano riportato risulta da una comparazione tra una sua prima versione ritrovata tra gli scartafacci di Widecreek e una “versione rivista” inviata da Manù il G.V. ad una sua conoscente letterata che in questa sede ha scelto di rimanere anonima.
Il racconto, stando a quello che quest’ultima ha rivelato a LaLupAlata, doveva essere l’elaborato col quale Manù aveva scelto di partecipare ad un concorso letterario di cui ci è risultato impossibile ritrovare l’intitolazione, ma avvenuto a cavallo tra il 1974-75. Sempre grazie alla preziosa testimonianza dell’amica abbiamo potuto sapere che secondo i piani di Manù questo scritto doveva essere parte di un progetto molto più vasto, si pensa ad un possibile ciclo narrativo le cui tracce però non ci sono ancora pervenute.


Manu il G.V. – 2017

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