The Passenger

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Giulia pensò immediatamente che forse si era comportata in modo sconsiderato aprendo la porta a quella strana creatura.

 

Seduto lì davanti, un po’ bevuto, quello stava parlottando già da qualche minuto. Lei lo ascoltava cercando di seguire i suoi discorsi e, ridacchiando nella sua mente, provava a dare un’età a quell’essere che le era spuntato davanti all’improvviso e si era piantato sul suo divano senza tanti complimenti.

Ne osservava ogni espressione, che non sempre riusciva a tradurre, e non smetteva di domandarsi quanti anni mai potesse avere. Le suscitava emozioni contrastanti: cercava delicatamente di mandarlo via ma più ci provava, più lui faceva qualcosa che sollecitava la sua curiosità; così convinceva se stessa che gli avrebbe dedicato ancora cinque minuti, solo altri cinque, e poi l’avrebbe mandato via per la sua strada.

 

Diafano, carico di “elettricità”, ma un po’ sgualcito: sembrava proprio che gli fosse capitato qualcosa prima di arrivare davanti a casa sua, un qualche incidente… Ma più che vittima di una sciagura sembrava per la verità molto, molto stanco; la sensazione era che avesse fatto tanta strada ed era evidente che ci fosse abituato, probabilmente era un viaggiatore. Lo si intuiva dalla polvere che lo ricopriva, che non era però un normale polverume da terra battuta: era sottile… “evanescente”. Questo lo rendeva ancora più indecifrabile.

Sembrava contento di riposarsi un pochino, e nonostante la sorpresa che le aveva fatto, a Giulia venne una gran voglia di trattarlo bene, con il riguardo che si dedica agli ospiti speciali.

 

Continuava a muoversi e gesticolare: era un uomo davvero strano. Piano, definiamo per quanto possibile il soggetto: “uomo” sì, ma… Giulia sicuramente non aveva mai visto prima un altro essere umano luminoso come quello. Si domandò se non fosse l’effetto di quella polvere che brillava riflettendo la luce di fuori e rendeva sfuggenti i suoi lineamenti. Di sicuro, gli occhi (due, come un normale antropomorfo) ce li aveva; una bocca, un naso, pure. Poi: strani capelli raccolti frettolosamente, e braccia e gambe al posto giusto; ma non si capiva se fosse alto o basso, robusto, o mingherlino, ogni dieci minuti era come se l’impressione cambiasse, e Giulia iniziava a dubitare di se stessa e delle proprie percezioni. Cercò una spiegazione razionale: pensò di essere stanca. Beh, dopo otto ore di seguito sul monitor del pc a calcolare bilanci e fare proiezioni per l’anno successivo, vorrei ben vedere! Aveva gli occhi fuori uso, e poca voglia di scherzare.

 

Nonostante la stanchezza era però pervasa da una certa euforia che la faceva sentire ubriaca. Proprio lei, che da anni non mangiava neanche un cioccolatino al rum, niente birra né vini d’annata, niente sigarette, non parliamo delle droghe! Stava perfino diventando vegetariana.

Sempre impeccabile e controllata, abituata a dominare e ridurre al minimo ogni emozione che senza preavviso si potesse presentare e minacciasse di interferire, anche solo in piccola parte, con la sua vita. Una vita ogni tanto un po’ noiosa ma tutto sommato soddisfacente, perché Giulia cercava di dedicarsi a ciò che la faceva sentire bene, o perlomeno, a posto con se stessa. Amava l’armonia, e tentava di mantenere tra immaginazione e realtà un suo equilibrio, che rendesse sopportabili le sue giornate; anche perché in realtà ammettiamolo: non si privava proprio di tutto. Quello a cui non poteva rinunciare in nessun modo era godersi un po’ di Bellezza. Non poteva farlo spesso ma ogni volta che le era possibile scappava via, senza pensarci due volte, e quello le dava l’energia per tirare avanti ancora un po’.

 

Intanto nella stanza il tempo passava velocemente e stava succedendo qualcosa: non era per effetto della luce che filtrava dalle tende di cotone verde smeraldo ricamate da sua nonna, che eleganti e leggere separavano l’interno dall’esterno ammorbidendo il sole di quell’estate abbagliante. Giulia non comprese subito cosa accadeva, ma poi si accorse che piano piano, granello dopo granello il pulviscolo dell’ospite si stava dissolvendo, lasciando intravedere alcuni centimetri della sua pelle, trasparente e perfetta.

A questo punto, la ragazza ne fu certa: “un alieno”, pensò, e liquidò ogni altra analisi con quella conclusione.

Sembrava che quella polverina ora si stesse trasformando in qualcos’altro: ogni singola particella sconnessa e disordinata si staccava dall’essere e prima di cadere a terra esplodeva come un popcorn trasformandosi istantaneamente in una caramella.

Tante, piccole, morbidissime gelatine trasparenti che sembravano davvero buone, e come una bimba, Giulia non riuscì a resistere e ne assaggiò qualcuna.

 

C’erano tutti i gusti conosciuti sul nostro pianeta, e anche qualcuno in più. Giulia sentì di capire che a lasciare la loro impronta aromatica sulla pelle del visitatore erano i viaggi che proprio lui compiva e per ringraziare l’ospitalità di chi gli apriva la porta, quell’incredibile creatura aveva inventato quel modo straordinario per raccontare le sue avventure.

 

Cominciò con il sapore salato e dolcemente speziato del lungomare di Oman: chiudendo gli occhi mentre la gelatina le si scioglieva in bocca Giulia scorgeva tutti quei lampioni in stile italiano voluti dal Sultano di quel paese che amava follemente la costiera Amalfitana.

Assaggiando il lime della terra di Lamia capì perfettamente che i suoi abitanti avevano dato ai loro tuberi dal sapor del Gorgonzola andato a male un nome tanto per fare, inventato da un burlone sudamericano passato di lì.

Naturalmente l’essere, di avvisarla che certe caramelline erano disgustose, non si sognò neppure. Anzi! Rideva come un pazzo a guardare la faccia schifata della ragazza quando ne beccava qualcuna!

Fortunatamente lei si rifece subito la bocca con una gelatina al gusto della menta che cresce sugli argini dei due misteriosi laghi, profondi e cristallini, della valle glaciale di Glendalough; un sapore selvatico e odoroso, come le terre d’Irlanda dove il tempo sembra essersi fermato.

Sbalordita Giulia non ne aveva mai abbastanza, non era certa d’essere in grado di gestire da sola tutte quelle energie, ma galvanizzata dall’emozione e dalla curiosità decise di assaggiare ancora una caramella, una di troppo: l’effetto psichedelico di quel viaggio in Amazzonia era potente, il sapore amaro dell’infuso di ayahuasca preparato dallo sciamano dell’antica tribù Xukuru-Kariri non fu solo suggestione, le cambiò profondamente la percezione di quel momento e non si può certo affermare che le fu facile ritrovare l’equilibrio, nemmeno quello sui propri piedi.

 

Quei viaggi primitivi e sensoriali erano tutti lì a stravolgerle la vita con la loro incontenibile intensità; quell’essere straordinario trascorreva molto tempo in movimento ma si spostava lentamente e quindi assorbiva ogni dettaglio degli universi che attraversava, magnifici o terribili che fossero. Spesso si perdeva inseguendo un filo d’aria e del suo vagabondare non ignorava nulla, così quando si imbatteva in qualche altra creatura niente rimaneva lo stesso, per nessuno dei suoi ospiti.

Anche per Giulia tutto cambiò dopo quell’incontro.

 

Quando lui fu pronto a ripartire lei non aveva idea se sarebbe mai tornato, dentro sentiva una sensazione confusa d’angoscia, di tristezza e di sollievo allo stesso tempo, difficili da interpretare pure col senno di poi, anche perché ormai l’aveva lasciato entrare.

 

 

“Oh, the passenger
How, how he rides
Oh, the passenger
He rides and he rides

He looks through his window
What does he see?
He sees the sign and hollow sky
He sees the stars come out tonight
He sees the city’s ripped backsides
He sees the winding ocean drive

And everything was made for you and me
All of it was made for you and me
‘Cause it just belongs to you and me
So let’s take a ride and see what’s mine

Singing, la la la”

 

Invito all’ascolto: The Passenger – Iggy Pop   http://y2u.be/S0nlygb1Qfw

 

DonnaFlor – 2018

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