Il guardiaboschi

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Anche questa volta sarebbe arrivata in ritardo. Riccardo, l’organizzatore, aveva detto che dovevano essere lì per le otto, ma aveva finito tardi al lavoro e per quanto potesse premere sull’acceleratore non sarebbe mai stata puntuale. Sperava almeno di arrivare prima che facesse buio: non conosceva la strada ma sapeva che l’aspettava un lungo tratto tutto curve nel bosco, prima di arrivare.

Lasciò la strada principale, illuminata e rassicurante, con le sue promesse di prevedibilità e civiltà.

Ma vaff…” Al vedere la salita ripida che iniziava all’improvviso le scappò il primo insulto mentale. Perché diavolo avevano deciso di tenere un seminario sulle piante del deserto in montagna, in un posto così sperduto e inaccessibile? Appena iniziata la pendenza l’auto iniziò a boccheggiare. Evidentemente neanche lei capiva la necessità di percorrere una strada simile. Dopo pochi metri iniziò anche il bosco, e si ritrovò in una galleria verde e umida. Il sole non era ancora tramontato ma la luce non riusciva a filtrare, e ormai lì dentro era già notte.

A fatica seguiva la strada tutta curve che si arrampicava sul fianco del monte. Fortunatamente a tratti procedeva libera dagli alberi, circondata dai prati. Quel pomeriggio però era piovuto e gli ultimi raggi del sole stavano facendo evaporare l’umidità, trasformandola in una foschia che scivolava sulla carreggiata. Non sapeva quanto sarebbe dovuta salire, e quel posto le piaceva sempre meno.

Dopo una curva a gomito una grossa ombra le attraversò la strada all’improvviso. Spaventata, sterzò di colpo e rischiò di schiantarsi contro il guard-rail e precipitare giù, lungo la scarpata. Fortunatamente guidava piano e riuscì a fermarsi in tempo. Guardò verso il punto in cui si era diretta l’ombra e vide un capriolo sparire nel fitto del bosco.

Spaventata e ancora tremante, scese dall’auto per riprendersi prima di proseguire. Appoggiata alla portiera, chiuse gli occhi e fece alcuni respiri profondi. Si accese una sigaretta e inspirò, lasciando che il fumo la calmasse. Era già a metà strada, sotto di sé vedeva il fianco del monte fitto di alberi, e più giù la pianura, dove le prime luci iniziavano ad accendersi, trasformandola in un mare luminoso e tremolante. Quanto avrebbe preferito essere là, in questo momento, magari all’Hoffmann per il solito aperitivo con le altre. Invece aveva accettato l’invito a quello stupido seminario, in quello stupido posto.

Inizialmente era anche stata contenta. Dopo che l’Immane Stronzo l’aveva lasciata aveva passato un periodo terribile e per uscirne aveva fatto quello che faceva sempre quando le sembrava di perdere il controllo: trovare qualcosa a cui dedicarsi. Non aveva capito come e perché, visto che non aveva mai amato la natura in generale e il giardinaggio in particolare, questa volta si era appassionata alle piante del deserto, e da due anni frequentava assiduamente l’ambiente. Aveva scoperto un piccolo mondo protetto, una grande famiglia dove tutti si conoscevano e, a seconda delle necessità, si aiutavano o si pugnalavano alle spalle.

Non era il primo seminario a cui partecipava, ormai; di solito però si tenevano in luoghi più climaticamente consoni alle loro beniamine, in genere in qualche hotel con piscina sul lungomare. Questa volta, invece, avevano scelto quella cupa montagna dove non c’era niente da fare se non scontrarsi con i caprioli. Certo, aveva scoperto che la coltivazione delle piante esotiche in realtà era un’esperienza che non risparmiava sorprese, imprevisti e colpi di scena; nulla però di così selvaggio come quello che era costretta a subire adesso. Quella che cercava lei era l’adrenalina delle avventure sotto controllo, come le attrazioni dei parchi di divertimento. “Maledetta natura”, fu il pensiero liberatorio.

Finita la sigaretta lasciò cadere a terra il mozzicone. Mentre risaliva in auto con la coda dell’occhio vide un’ombra comparire e scomparire due tornanti più sotto. Probabilmente il capriolo di prima. “Spezzatino devi diventare”.

A fatica l’auto ricominciò a salire lungo la strada sempre più ripida. Al tornante successivo di nuovo di sfuggita percepì un movimento sotto di sé. Possibile che il capriolo la stesse seguendo? Salì ancora e dopo un paio di tornanti lo vide chiaramente.

Subito poteva sembrare un grosso animale. Guardandolo meglio, però, si capiva che era una persona, forse un uomo. Camminava curvo ed era massiccio e pesante, avvolto in strani abiti scuri, il volto e la testa coperti. Nonostante le dimensioni era agile e veloce, tanto che riusciva a mantenere sempre la stessa distanza tra di loro. La stava forse seguendo?

Provò ad accelerare e a fatica l’auto l’accontentò. Anche l’uomo aumentò l’andatura. Chi o cosa diavolo era, e che cosa poteva volere da lei? “Dio fa che arrivi all’albergo, fa che arrivi all’albergo”. Ma era poi certa che la stesse seguendo? Sul cruscotto davanti a lei c’era il cellulare. Poteva chiamare Riccardo per dirgli che sarebbe arrivata tardi, e così magari avrebbe accennato, ridendo, che un tipo strano forse la stava inseguendo. Maledizione! Niente campo!

Il motore rantolava e dovette rallentare per cambiare marcia. Anche la figura misteriosa rallentò. Almeno non sembrava che volesse raggiungerla. Magari era uno di quegli strani montanari, temprati dalla vita all’aria aperta, e magari stava solo correndo per tenersi in forma.

Fece un altro tornante e la figura era sempre sotto di lei alla stessa distanza. Decise di tranquillizzarsi: per quanto stranamente veloce non l’avrebbe raggiunta. Probabilmente era solo un vecchio pazzo innocuo.

Due tornanti dopo era sparito. Continuando a salire cercava di controllare la strada più sotto, dell’uomo però nessuna traccia. Allora davvero era stata solo una sua impressione. Colpa di quello stupido bosco e di quella stupida montagna che ingannavano la mente con le loro ombre.

Intravvide fra gli alberi sopra di sé le prime luci. Era quasi arrivata. Finalmente si sentiva tranquilla, per questo fu ancora più scioccante quando, inaspettatamente, la figura di prima le attraversò la strada dieci metri più avanti. Ma come aveva fatto a raggiungerla e superarla? D’istinto accelerò, era quasi arrivata e una volta in albergo sarebbe stata al sicuro da quella cosa. Un colpo violento all’auto le fece perdere il controllo. La cosa si era lanciata sulla cappotta dalla strada al di sopra e ora cercava di farla fermare. Iniziò a sterzare a destra e a sinistra per farlo cadere, la strada però era ancora bagnata, le gomme persero aderenza e in un attimo si ritrovò a volare giù per la scarpata oltre il guard-rail.

Quando riprese i sensi il mondo era pervaso da una foschia assordante, mentre dentro e intorno a lei tutto pulsava dolorosamente. Ci mise qualche secondo per ricordare cos’era successo e dove si trovava. Provò a comandare al suo corpo di uscire dall’auto, nessuna delle sue membra però le rispondeva. Fortunatamente il paese non era lontano, sicuramente qualcuno aveva sentito lo schianto e sarebbe venuto a controllare. I soccorsi sarebbero arrivati presto.

Semisvenuta, lo sguardo annebbiato dal sangue che colava da un taglio sulla fronte, fuori dall’auto era già arrivato qualcuno per aiutarla. L’uomo aprì la portiera, tagliò la cintura di sicurezza e la trascinò fuori dal rottame. “Grazie, grazie, grazie per avermi salvato”, pensava, incapace di emettere alcun suono. Quando l’adagiò sull’erba il suo naso fu aggredito dal forte odore di selvatico. Era l’uomo o il bosco? Le stava toccando gambe e braccia per capire se aveva qualcosa di rotto? No, le stava proprio frugando addosso, aveva trovato il cellulare e il portafoglio e li stava lanciando lontani tra gli alberi. Era lui che puzzava come un animale selvatico. Era la cosa che l’aveva buttata fuori strada. Provò a gridare per chiedere aiuto ma si sentì la gola presa nella morsa dura e ferma di una mano ruvida, che stringeva con forza fino a farle mancare l’aria. Cercò di liberarsi, scalciando e graffiando, ma era troppo debole. Un’altra mano enorme si chiuse a pugno sopra di lei e le calò addosso con incredibile velocità. Poi il buio.

Era in barca e c’era tempesta. Ondeggiava con forza e le veniva da vomitare. Eppure era uno strano mare quello che scorreva veloce sotto di lei, sembravano foglie secche in tutte le tonalità della terra. Ogni tanto qualche serpente marino, simile a una radice, emergeva dall’acqua increspata. Eppure non sentiva il tipico profumo salmastro, piuttosto un pungente odore di animale selvatico. La tempesta era troppo forte, continuava a sbattere contro qualcosa di duro. Di nuovo si fece buio e silenzio.

Lentamente riprese conoscenza. Nella penombra riusciva a distinguere pochi elementi. Niente che le fosse familiare: il pavimento di terra battuta, il mucchio di paglia su cui era sdraiata, il soffitto basso fatto di tronchi d’albero, vecchie lamiere e un impasto di foglie e fango. A terra, vicino a lei, una ciotola piena d’acqua, come quelle per i cani. Nell’ombra sentì un fruscio. Topi? Lentamente cominciò a mettere insieme i ricordi. La Cosa che la inseguiva, l’incidente, l’aggressione. Era stato lui a portarla fino a lì? Era la sua tana? L’aria era pregna del suo odore.

Cercò di sollevarsi per guardarsi intorno e capire se era sola. Il tentativo di muoversi, però, le fece riprendere del tutto coscienza del suo corpo e di tutte le ferite subite. Era tutta un grumo di dolore. Le gambe si muovevano a fatica e sentiva la caviglia destra pulsare con forza, probabilmente slogata; la spalla sinistra era lussata; temeva di aver riportato anche qualche danno interno, forse alle costole, perché ai fianchi sentiva una fitta insopportabile e continua. E la gola, la gola era quella che le faceva più male. Ricordò che aveva cercato di strangolarla. Ora la sentiva gonfia e dentro le bruciava come se le avesse strappato le tonsille. Non riusciva a deglutire senza sentire un dolore lancinante. Doveva bere, sentiva la sete premerle con forza nella testa.

A fatica riuscì a mettersi seduta, appoggiata alla parete. Si guardò intorno ma l’unica acqua disponibile era quella della ciotola, probabilmente lasciata lì per lei. La prese e bevve con avidità, ma non riuscì a buttar giù più di qualche sorso perché la gola le doleva troppo. Almeno un po’ dissetata cominciò a guardarsi intorno, per capire quanto disperata fosse la situazione.

Era sola e si trovava in un buco di pochi metri quadri, con due pareti di pietra e due fatte di vecchi pannelli di compensato. Probabilmente si era costruito una specie di capanna addossata ad un anfratto roccioso. Nessuna finestra, solo una porta solidamente chiusa. La poca luce disponibile filtrava dalle fessure sul tetto. Nella penombra riuscì a vedere che le pareti di roccia in alcuni punti erano scavate, come a formare delle mensole, sulle quali erano riposti alcuni grossolani vasi di terracotta. A terra, sotto le mensole, una specie di giaciglio, composto da una grossa cassa di legno grezzo pieno di paglia. Se non fosse stato per la gola avrebbe urlato dallo spavento quando si accorse che, appesi al soffitto, stavano alcuni animali morti. Piccola cacciagione, probabilmente le sue provviste: una lepre, un fagiano, alcuni uccelli, una donnola, perfino qualche disgustoso topo. Notò anche, legate alle travi, alcune grosse catene arrugginite. Nell’angolo della stanza opposto a quello dove si trovava il giaciglio erano appoggiati alcuni utensili dall’aspetto minaccioso: bastoni, un vecchio rastrello, ma anche una falce e altre grosse lame arrugginite, coltelli da caccia e addirittura un machete.

Forse avrebbe potuto prendere un coltello per difendersi quando la Cosa sarebbe tornata. Purtroppo però era davvero malconcia, non riusciva ad alzarsi e nemmeno a strisciare fino alla parete opposta. E se avesse gridato per chiedere aiuto? Magari la strada e il paese non erano così lontani, qualcuno avrebbe potuto sentirla e salvarla. La gola però era ridotta così male da renderla completamente afona. A questo punto poteva solo sperare di riuscire a convincere la Cosa a lasciarla andare. Dopotutto cosa poteva mai volere da lei? Era la prima volta che veniva in quei boschi, e sarebbe stata anche l’ultima.

All’improvviso la porta si spalancò e nel riquadro di luce si stagliò la sagoma ormai paurosamente familiare. La Cosa entrò richiudendosi la porta alle spalle. Occupava quasi metà della stanza ma anche in uno spazio così angusto sembrava agile e veloce, nonostante le dimensioni.

Istintivamente cercò di acquattarsi nell’angolo, come per nascondersi e passare inosservata. Inutile tentativo perché la Cosa la stava osservando, come per decidere cosa farsene di lei. “Liberami, liberami, lasciami libera”.

Senza lasciarle nemmeno il tempo di rendersi conto di quello che stava succedendo l’afferrò per le braccia e la sollevò a mezz’aria, come se fosse stata priva di peso. Tirò giù le catene che pendevano dal soffitto, la girò sotto sopra e la legò per le caviglie, facendola urlare dal dolore. Nonostante la sofferenza, però, ancora la voce non le usciva, e finalmente capì cosa le aveva fatto mentre era svenuta. Le aveva reciso le corde vocali. Per questo emetteva solo flebili soffi e le mancava completamente la voce. Probabilmente l’aveva narcotizzata con qualche pianta allucinogena che cresceva in quel bosco, per questo non si era svegliata mentre la operava rudemente, ora però capiva perché le sembrava che le avesse asportato qualcosa dalla gola. Tirò le catene in modo da sollevare il suo corpo e lasciarla appesa a dondolare come gli altri animali uccisi. Con il braccio che riusciva a muovere cercò di colpirlo per difendersi ma era troppo debole, riusciva solo a sferzare fragili pugni nell’aria.

Scoppiò in lacrime, disperata, chiedendosi se almeno, vedendola così impaurita e inerme nelle sue mani, si sarebbe commosso liberandola per pietà. La Cosa però non sembrava minimamente toccata. Si avvicinò ad una delle mensole, prese un vaso e ne rovesciò il contenuto a terra, proprio sotto di lei. Riuscì a vedere spargersi sul pavimento diversi rifiuti insignificanti, di quelli che la gente butta fuori dal finestrino dell’auto in corsa o perde per disattenzione: gomme da masticare rinsecchite, fazzoletti di carta sporchi, un torsolo di mela, mozziconi di sigaretta, addirittura un assorbente e un profilattico.

La Cosa studiava gli oggetti a terra come fossero un piccolo tesoro, poi prese una gomma rinsecchita, le si avvicinò e le afferrò il viso, premendole le guance per costringerla ad aprire la bocca. A forza le infilò la gomma in gola, sollevandole la testa quanto bastava per farla deglutire. Sentì la gomma, dura come un piccolo sasso, graffiare le ferite fresche alle corde vocali, e poi bloccarsi a metà esofago. La Cosa prese un’altra gomma, e ripeté l’operazione. E così via di seguito con tutti gli altri rifiuti, spingendo giù con forza quelli più grossi, il torsolo e l’assorbente piegato, che passavano a fatica. Disperata, non riusciva ad opporre alcuna resistenza, poteva solo piangere e scuotere flebilmente la testa. “No, ti prego, non ce la faccio più”.

I rifiuti andavano a bloccarsi via via nell’esofago, riempiendolo tutto e arrivando alla faringe. Ormai non riusciva quasi a respirare. Soffocava lentamente e la mente le si annebbiava sempre più, mentre le ultime misere forze la stavano abbandonando. Per ultimo la Cosa prese un mozzicone di sigaretta. Lo tenne alto fra le dita come se fosse stato il più prezioso dei tesori. Quando glielo avvicinò riuscì ad elaborare solo un ultimo stupido pensiero: “La stessa marca che fumo io”. Poi sentì un pugno grande e duro come un sasso riempirle la bocca e spingere con forza verso la faringe, ferendo ulteriormente la gola già martoriata. E spingeva, spingeva, spingeva con forza tutto quel sudiciume in profondità dentro di lei. Fino a quando, finalmente, non sentì più nulla.

Alice / FK – 2016

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