Il cervo

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Uscì sul terrazzo, stringendo forte la tazza di thé bollente fra le mani per scaldarle. Inspirò a fondo l’aria gelida dell’alba sentendola farsi strada fino in fondo ai polmoni. Era piacevole sentirla pizzicare la pelle del viso e, attraverso la sciarpa, scendere lungo la nuca. Durante la notte la prima neve dell’anno era arrivata all’improvviso e ora imbiancava, con un leggero strato, i prati intorno alla casa e gli alberi poco lontani.

Fino al giorno precedente il bosco di prima mattina era avvolto in una bruma soffusa che saliva dal suolo umido, ricoperto da uno spesso tappeto di foglie autunnali, e i tronchi grigi e spogli degli alberi sembravano tanti soldati tristi e scarni, paralizzati in un tempo immobile, in attesa di un qualcosa che potesse liberarli da quel freddo incantesimo. E forse quel qualcosa era arrivato, sotto forma di bianchi cristalli di acqua gelata.

Era stato il suo primo autunno da sola, dopo che lui se n’era andato, isolata nel silenzio della natura, in quella casa che lei non avrebbe mai scelto per se stessa ma che adesso amava come un pezzo di sé.

I ricordi tristi volarono via quando pensò ai cervi che aveva sentito la sera precedente. La stagione degli amori quell’anno si stava prolungando più del solito, ancora si sentivano i bramiti dei maschi nell’oscurità del crepuscolo e alle prime luci dell’alba: una nota vibrata, lunga e bassa che riempiva l’aria nell’arco di centinaia di metri. La sera prima aveva sentito due maschi rispondersi a lungo e con forza, probabilmente contendendosi una femmina, fino a che era iniziata la lotta in un inconfondibile rumore di rami spezzati e di sbattere di corna l’una contro l’altra. Era sicura che uno dei due fosse il Guercio, l’aveva intravisto una mattina presto in uno dei suoi giri.

Il Guercio era così chiamato perché da giovane, durante uno scontro con un altro maschio, era stato ferito ad un occhio, che da allora era rimasto uno specchio grigio e vuoto. Nonostante questo era diventato un adulto forte e vigoroso, uno dei più maestosi cervi che si fossero mai visti su quelle montagne, e dominava la valle. Durante la stagione degli amori pochi maschi riuscivano a tenergli testa, conquistando per sé la maggior parte delle femmine. Crescendo aveva sviluppato un imponente palco che lo rendeva riconoscibile anche da lontano per tutti quelli che seguivano gli spostamenti dei branchi.

Rientrò per posare la tazza vuota e prese il giaccone troppo grande dall’attaccapanni nell’ingresso. Era appartenuto a lui e non era riuscita a gettarlo come il resto delle sue cose. Era confortante passeggiare nei boschi che lui aveva amato e nel periodo dell’anno che preferiva sentendosi ancora abbracciare dal suo odore. Tirò su fin sotto il collo la cerniera del giaccone e si diresse a passo rapido verso gli alberi. Il sole stava salendo e una luce bianca e fredda restituiva lentamente al mondo i suoi colori. Entrò sicura nel bosco, sentendo la neve fresca scricchiolare sotto gli scarponi. Sapeva già in che direzione andare e non dovette camminare molto per trovare il luogo dello scontro. Si vedevano chiaramente le foglie schiacciate, il terreno calpestato e tutto intorno i rami spezzati di fresco. Sulla neve candida spiccava una macchia cremisi. Era raro che durante gli scontri fra maschi uno dei due rimanesse ferito e quando succedeva si trattava comunque di ferite lievi. A giudicare dalla quantità di sangue a terra, però, questa volta uno dei due si era ritrovato ben più che qualche graffio. Altre macchie di sangue disegnavano una traccia sulla neve, come le briciole di Hansel e Gretel. Le seguì, sperando che non si trattasse del Guercio. In quel punto il bosco si inerpicava ripido lungo il fianco del monte. Mentre saliva a fatica, sudando sotto il giaccone pesante e sentendo le orecchie e le guance esposte gelarsi sempre più, pensò che se il cervo era riuscito a spostarsi per un tratto così lungo su un terreno tanto accidentato forse non era ferito così gravemente.

Salì per quasi mezz’ora e poi lo vide. Era riverso a terra, in mezzo ad una piccola radura. Un leggero strato di neve ricopriva il fianco possente, il collo e la testa immobili. Anche il magnifico palco era imbiancato. Lentamente, quasi temesse di spaventarlo e farlo scappare, si avvicinò e gli si inginocchiò vicino. Vide subito il grosso squarcio che si apriva a partire dallo sterno e saliva su fino alla gola.

La carne rossa era esposta, un mistero di una bellezza sacra e perfetta, cristallizzato nella gelida aria invernale. Con una ferita del genere solo un animale molto forte poteva essere riuscito a percorrere tanto terreno prima di crollare.

La punta della lingua rosea usciva dalle labbra vellutate e sotto le palpebre socchiuse si vedevano i liquidi occhi ormai opachi. La pupilla cieca si distingueva chiaramente. Sentì il cuore stringersi. Il Guercio era ancora nobile e impressionante anche così, congelato in quel momento di sublime sofferenza. Ormai vecchio, questa volta aveva incontrato un avversario troppo giovane e forte. Un nuovo re avrebbe ora percorso i boschi e le valli intorno.

Rimase a fissarlo in ginocchio per un tempo indefinito mentre in gola le cresceva un nodo di malinconico affetto e compassione. Il destino, alla fine, ha lo stesso nome per tutti, ma lui gli aveva tenuto testa fino alla fine. Una lacrima imprevista le rotolò lungo la guancia, cristallizzandosi in ghiaccio prima di toccare il mento.

Dal cielo di metallo la neve iniziò a scendere di nuovo in grossi fiocchi che si posavano sul terreno gelato e sul morbido mantello dell’animale. Come  risvegliandosi da un sogno si scosse e si rialzò lentamente, levando gli occhi alle nuvole basse e indifferenti. Insipirò a fondo l’aria pulita e gelata. Era il momento di scendere verso casa. Era finalmente iniziato un nuovo inverno.

Alice / FK – 2018

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