Luce oscurità

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Luce.

Ci
tiene lontano dai mostri.

Quelli
che hanno il coraggio di farsi vedere, sono quelli da evitare in
tutto e per tutto.

Oscurità.

Piena di cose spaventose che la gente sana vuole vedere e cade nel vortice della tetra follia fatta di lamenti e sussurri della notte.

L’intermittenza del neon della stazione di Kung-shy Park era fastidiosa, da 10 mesi nessuno lo riparava o forse a nessuno importava ad esclusione di Edward Cormick detective privato.

Edward si trovava in quella stazione a seguire quello che la ex moglie, che lo aveva ingaggiato, chiamava “il bastardo”.

Aveva chiesto all’investigatore delle belle foto con l’amante, per inchiodarlo e fargliela pagare con un divorzio a regola d’arte.

Quella
sera l’aria era particolarmente pesante, come se un corpo morente
si fosse adagiato sulla città e piano piano stesse esalando il suo
ultimo respiro.

Intanto
“il bastardo” si era trovato sì con una donna, ma non per le
ragioni che credeva la moglie. Lucilla era una pusher di tutto
rispetto in quel quartiere, se pagavi ti dava la roba e tutto andava
bene, se non pagavi semplicemente sparivi, qualcuno diceva che con il
corpo sparisse anche l’anima.

Nessuno
poteva toccarla, metà dei poliziotti del distretto erano dentro il
suo giro di droga e l’altra metà non voleva avere rogne dopo
che il precedente
“compagno”
Mills l’aveva incastrata e le fece fare una notte in gattabuia. Il
giorno dopo, al cambio mattutino, gli agenti
ritrovarono una
scritta a tutta parete col sangue del
compagno che diceva:

“NON
È UMANA”

il
corpo non fu mai ritrovato.

Quella
signora ha rogne molto più grandi che un semplice tradimento
e
di sicuro Edward non voleva fare la fine del povero Mills

Il
detective, camminando veloce verso lo studio per concludere la notte
pensava alla sua situazione:
era
ingaggiato
quasi sempre da donne gelose del proprio marito, amanti gelose delle
mogli, e mariti in cerca di prove per chiudere i propri matrimoni nel
passato, rifiuti
della società che tutto sommato pagavano bene.

Edward
era stufo e
voleva provare
qualcosa di nuovo, provare ad espandersi, ma in una città come
quella non era
semplice, viscidi gamberetti travestiti da uomini in giacca e
cravatta sono sempre
pronti a darti il ben servito con il piombo se provi a cambiare la
tua zona, i tuoi affari.

La
donna, una bella donna dai capelli rossi e chioma fluente con solo
del rossetto
appena accennato e un vestito a pois bianco e nero, aspettava in
ansia alle prime luci del mattino sull’uscio dell’ufficio la
risposta del Detective.

Lui
la guardò in quella luce accennata, sembrava tanto Jenny ma non era
lei.

La
fece entrare e le illustrò la situazione, le lacrime cominciarono a
rigare quel volto porcellanato, mise i soldi sul tavolo e se ne andò
confortata dalla sua sfortuna in fatto di uomini.

Quando
arrivò la posta come ogni mattina, in mezzo alle bollette trovò una
lettera che attrasse la sua attenzione, nessun francobollo,
recapitata a mano, vuota.

C’era
solo l’indirizzo del mittente scritto dietro la busta: “Porto,
magazzino molo 7C”.

Il
lavoro per quel giorno non lo venne a trovare. Per
rompere la monotonia aveva cominciato a parlare con il suo fidato
amico whiskey una
conversazione che durò fino
a sera; nelle mani rigirava di tanto in tanto la busta vuota, chi mai
poteva averla mandata? Perché lui? Non sarà stata per caso Lucilla
che l’aveva intravisto? No, era impossibile era stato molto attento
nel non farsi scoprire.

Con
la mente ovattata da tutte quelle chiacchiere liquide, affumicate
e invecchiate 20 anni decise
di trovarsi un lavoro per il giorno successivo.

Sapeva
che il porto non era un posto dove ficcare tanto il naso, era il
territorio di Rutis il Vecchio. Lui
a differenza di Lucilla sapeva esattamente dove farti sparire, il
porto è in continua espansione e nuovi piloni sono sempre in
costruzione.

Ma
Edward aveva un “piccolo rapporto speciale” con Rutis, si era
accattivato la sua simpatia e quando di tanto in tanto passava di lì,
andava a fargli un saluto fin da quando era piccolo.

Caricò
il tamburo della Colt e si avvio verso il molo.

L’aria
fetida e salmastra si mischiava al sudore di scadenti acque di
colonia, nel vociare del porto risuonava una muta cacofonia lenta
inesorabile di uomini che andavano e venivano, scaricando e caricando
casse di ogni forma e dimensioni da navi più o meno grandi, come se
qualcosa li muovesse ad uno stesso ritmo.

Quella
sera tutto sembrava perfettamente in ordine come un balletto d’opera
e questo a Edward non piaceva, il porto era sempre stato un posto
caotico, lo sapeva.

Suo
padre ci aveva lavorato per tutta la vita e di sicuro non aveva
giovato alla sanità mentale del vecchio, tutta questa precisione e
perfezione era strana, si andava oltre il verosimile.

Andò
verso l’ufficio di Rutis, che altro non era che il bar del porto,
sperando che lui sapesse qualcosa di quel molo e di quella lettera
così misteriosa.

Nel
locale il jukebox stava suonando un pezzo malinconico di jazz. I
pochi avventori quella sera erano i soliti marinai che cercavano
conforto nelle loro bottiglie come prima aveva fatto Edward.

Rutis
non c’era al suo tavolo dove svolgeva i suoi affari e nessuno
sapeva dare informazioni, nessuno l’aveva visto per tutta la
serata, strano, non era da lui non farsi vedere, ma forse aveva per
le mani qualche affare che doveva sbrigare di persona, forse era
stato proprio lui a inviargli
la busta,
un qualche messaggio in codice.

Decise
di avviarsi al molo 7C e più si addentrava in
quel luogo più tutto
cominciava a essere alieno.

Un
uomo ricoperto di squame stava “baciando” se non addirittura
prosciugando un povero marinaio appena sbarcato dalla nave.

Non
sicuro della sua vista dopo quella lunga chiacchierata
con Whiskey, ritornò
sui suoi passi per vedere meglio, ma non riuscì più a ritrovare
quei due.

Edward
decise che era meglio tirare fuori la sua
Colt,
non l’aveva mai
tradito, non come Jenny la Rossa, una bambola dai capelli
fiammeggianti e curve perfette per farci una gara.

Scacciò
quel pensiero impugnando più stretto la pistola e continuò il suo
cammino, il mare era stranamente calmo come non osasse respirare ed
enormi banchi di pesce morto e alghe in putrefazione galleggiavano
sulla superficie piatta di quell’acqua maledettamente morta,
continuando ad esalare miasmi marcescenti. Le luci giallastre del
porto sembravano opache e nell’aria non si sentiva più nessun
rumore, si avvertiva solo una strana polvere quasi come cenere, ad
ogni respiro sembrava sempre più densa come continuasse a
depositarsi dentro nei polmoni.

I
portoni del magazzino erano aperti e uno spiraglio di luce illuminava
sufficientemente l’entrata.

Entrato
gli ci volle qualche minuto per ambientare la vista, sembrava come se
la luce fosse attirata da quella dannata e sgraziata orribile figura,
senza occhi, senza un vero volto da identificare.

Si
stagliava al centro del magazzino come un suonatore di Jazz, il suo
palco tutto il porto, la melodia un concerto di note blasfeme e
angeliche messe insieme.

Le
dita che tenevano un flauto osseo, erano ragnatele di falangi che
vibravano al suono dello strumento, unite dalla follia in quegli arti
non più umani non più simmetrici.

L’improvvisazione
orribile e allo stesso tempo poetica cresceva in un coro di demoni e
angeli creando un’orgia sinfonica intonando lodi alle più
disperate anime antiche e dimenticate dal nostro tempo.

Quella
musica
entrava nella testa di Edward, ogni nota riecheggiava all’interno e
lo riportarono indietro nel tempo a quella notte in cui avrà avuto
sì e no cinque anni, seduto a mangiare la cena che sua madre aveva
preparato, si mise a tavola anche lei e dopo qualche minuto entrò
suo padre.

Aveva
finito il turno al porto ed era completamente ubriaco come molte
altre sere.

L’atmosfera
era fredda e l’odore del gin sovrastava quello dell’arrosto e le
parole cominciarono a volare da una parte all’altra del tavolo e
poco dopo piatti bicchieri e posate.

La
cucina era diventata un campo di guerra dove l’arma più affilata e
lunga vince, il volo di quel coltello per tagliare l’arrosto, la
traiettoria talmente precisa come quella di un proiettile, l’affondo
la carne lacerata, il fiotto di sangue, il gorgoglio strozzato della
vita che viene esalata nell’ultimo respiro misto a sangue, ed un
corpo che si affloscia al pavimento come uno straccio bagnato,
l’odore di lacrime di gin che pervade l’aria, e le parole “Non
dirlo a nessuno Edward! A nessuno!”.

Quella
scena, quel segreto sepolto sotto la sua fragile umanità e nascosto
poi con il vapore del Whiskey, continuava a ripetersi nella sua testa
come la puntina che salta su un disco, prese la mira quasi a fatica,
era ancora lì e non voleva continuare a riviverla.

Sparò
un colpo dritto alla testa.

Urla
antiche come il tempo, nascoste in quella dimensione non euclidea si
riversarono nella sua mente straziata, e poi il nulla.

La
mattina dopo la polizia trovò il corpo di Edward.

Il
caso
EC-978 venne archiviato come suicidio.

Causa
della morte: colpo di pistola alla testa.

Cesare/Lushush 2018

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