La fuga

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Marco correva con la sua auto lungo un’autostrada del Nord-est italiano.

Non ascoltava nulla di quello che la radio trasmetteva, i pensieri giravano continuamente attorno a quell’unica idea fissa. Le parole degli speaker gli davano fastidio, interrompevano la sua ossessione tanto che alla fine, di sottofondo, aveva messo un cd.

Doveva andarsene, fuggire lontano. La meta pensava di conoscerla e l’auto era in corsa verso il mare, verso il sud.

La mattina era partito per andare al lavoro, come tutte le mattine feriali in cui non era stato male negli ultimi cinque anni. Aveva parcheggiato, timbrato il cartellino ed era andato avanti con la sua solita routine, con quella fatica che nell’ultimo anno lo aveva preso dall’interno e trasformato.

Finalmente era tornato ad avere un posto in cui gli veniva data una certa responsabilità. In certi giorni si sentiva il re dei trasporti e dei trasportatori, anche se poi si accorgeva che era solo una stronzata, in altri invece pensava a quanti imbecilli peggiori di lui avessero stipendi migliori e onori più facili dei suoi.

Immaginava che questi se la facessero con le nuove arrivate, le amministrative e le commerciali, o che avessero perfino relazioni con le dirigenti arrivate dalla sede centrale a controllare. Lui non poteva permettersi nemmeno una scopatina di sfuggita con un’operaia della catena di montaggio o un’impiegata degli uffici al piano terra.

Ogni tanto alla macchina del caffè sentiva parlare di operaie che ci stavano, di cene aziendali in cui potevi portarti a letto uno o una senza problemi, gli sarebbe piaciuto provarci ma non ne aveva il coraggio. Era successo che qualche donna in fabbrica gli avesse fatto delle proposte, non quelle cose fumose del tipo che uno pensa che l’altra gli abbia lanciato uno sguardo che volesse proprio dire quello, ma discorsi espliciti, che non lasciavano dubbi sulle reali intenzioni della donna. Lui aveva sorriso come un ebete e aveva fatto finta di non capire. Non poteva lasciarsi andare, anche se ne aveva voglia e paura allo stesso tempo.

Era sempre in astinenza da sesso, e quelle volte che riusciva a fare qualcosa con la moglie rimaneva sempre insoddisfatto e si domandava quanto più brave sarebbero state certe colleghe di cui sentiva parlare.

Gli rompeva rischiare di passare da frocio, ma aveva paura di quanti soldi gli sarebbe venuto a costare se solo Marta lo fosse venuto a sapere, e visto che di soldi ne aveva sempre pochi in tasca alla fine sarebbe dovuto tornare dalla propria madre.

Un giorno su una di quelle riviste patinate per manager aveva letto quanto costava avere un’amante e aveva capito che per farla franca di fronte alla famiglia avrebbe dovuto pagare e andare lontano, a Padova o Verona o Treviso, dove non avrebbero riconosciuto la sua auto e dove non avrebbe rischiato di incontrare qualcuno che riconoscesse lui. Fra benzina e un’avventura a pagamento non sapeva però come avrebbe potuto nascondere la spesa alla moglie.

Marco sognava rabbiosamente di sentirsi parte di quel mondo che ce l’aveva fatta, voleva un’ora di sesso senza dover misurare i soldi e sentiva dentro di sé che quel posto di lavoro era l’ultima chance per sentirsi qualcuno.

Nell’ultimo anno aveva perso la speranza, non studiava più per migliorarsi e accedere a quello che lui considerava la vera vita e non pensava nemmeno più che Marta lo potesse comprendere e sostenere.

All’inizio erano stati molto bene assieme, adesso non sapeva più cosa pensare, non capiva se il rapporto continuasse per inerzia o per qualcos’altro. A dire il vero quando pensava a lei provava sempre una certa tenerezza che non riusciva a descrivere. Era come se tutta l’innocenza e la pazienza del mondo fossero entrate in un essere umano e si fossero cristallizzate lì per lui, ma questo non gli bastava e lo faceva sentire completamente sbagliato e oltre la ragione: voleva sempre qualcosa in più rispetto a quello che lei poteva dargli.

Aveva lottato con i denti tentando di arrivare in alto, aveva cercato di studiare le persone, aveva speso soldi in corsi per trovarsi adesso in un magazzino a comandare una squadra di sfigati che caricavano camion. Personaggi che scrivevano scattole e che parlavano lingue diverse tra loro.

Gente come Vincenzo il siciliano che voleva fare sempre il turno di notte per prendere più soldi ma arrivava a fine stagione distrutto che non capiva niente, o come Ameti che alla fine del ramadan lavorava al rallentatore, o il Bocia che non era mai cresciuto con la testa e adesso, a più di cinquant’anni, parlava solo un dialetto stretto della valle, o anche il capetto, detto Max Canna perché era un pescatore e perché ogni tanto spariva per delle ore con quelle sue sigarette fatte in casa.

Per fortuna la sua istruzione tecnica gli permetteva di comprendere la tecnologia meglio di altri, dopo la scuola aveva giurato a se stesso che se ne sarebbe allontanato il più possibile ma suo malgrado continuava a venire fuori e spingerlo in territori che lui non voleva frequentare . Aveva abbracciato internet fin dall’inizio e aveva frequentato i gruppi usenet con un certo entusiasmo. it.alt.poesia aveva visto molti suoi componimenti e molte sue critiche. Sentiva che se solo fosse passato qualcuno di competente e avesse letto le sue cose avrebbe compreso che un genio scriveva.

Alla fine era approdato come molti altri nelle chat a sfondo erotico.

Erano un modo a buon mercato per partecipare di un mondo che non aveva il coraggio di affrontare. Sognava di essere qualcun altro e in chat poteva rappresentare il suo personaggio senza timore di essere smentito, non gli interessava più di tanto chi ci fosse al di là, l’importante era che stessero al gioco.

Alla lunga era diventata una pratica notturna necessaria. Rimaneva ore e ore a recitare una parte che lo faceva sentire bene e al centro dell’attenzione.

In chat aveva conosciuto Diana, se veramente si chiamava così, 1.500 chilometri lontana da lui, al sud, e adesso era in auto, correndo per raggiungerla in quel pomeriggio di Settembre.

Quel giorno a metà mattina con una scusa era uscito dal lavoro. Aveva avuto tutto il tempo per andarsene senza dover renderne conto o telefonare alla moglie. Era scappato come un coglione qualsiasi, cercando di lasciarsi dietro tutte le complicazioni che sicuramente sarebbero sorte.

Aveva deciso che avrebbe preso un aereo e se ne sarebbe andato, pronto a ricominciare una nuova vita senza inutili problemi.

Adesso doveva arrivare a Tessera, al Marco Polo prima di ripensarci. Era certo di poter ricominciare una vita diversa e più felice. Sperava che anche Marta, una volta che se ne fosse andato, avrebbe trovato un uomo che la facesse sentire meglio di quello che aveva saputo fare lui. Mentre si ripeteva mentalmente questo capiva che in verità non gliene fregava un cazzo, non poteva fregargliene niente o sarebbe tornato indietro. Aveva la testa puntata per bene sulla propria felicità.

Contava i chilometri e le auto che sorpassava, e se si faceva superare da macchine che non fossero migliori e più grandi della sua sentiva quasi un moto di disagio, gli sembrava di andare piano, troppo piano.

Padova est, quasi ci siamo, la tangenziale di Mestre è vicina, spera non ci sia il solito traffico dell’ora di punta, non finiranno mai la variante, la prossima è Mira, poi tangenziale e infine aeroporto.

Diana gli aveva mandato una foto in reggiseno e mutandine un po’ sgranata, fatta di fronte ad un muro, con un letto in ferro a fianco. Nulla di che ma abbastanza perché ci potesse fantasticare sopra per giorni interi e masturbarsi anche quando lei non si faceva sentire in chat, che ormai per lui era diventata un rapporto a due.

Ci entrava ogni sera sperando di leggere il suo nick nella stanza dove di solito si incontravano, rimaneva ad attendere per un po’ e usciva subito dopo aver partecipato ad una sessione privata, oppure cercava qualche altra partecipante occasionale se lei non c’era.

Sua moglie Marta non sospettava nulla e lui stava bene attento a non gonfiare troppo la tariffa telefonica, ma quelle sere, quegli incontri attraverso lo schermo gli erano necessari, riusciva a sublimare ansie e preoccupazioni, confidando ad un nick in C6 tutte le proprie frustrazioni.

Durante una sessione Diana gli aveva detto che non avrebbe mai lasciato il marito che era tanto buono, ma che non poteva rimanere senza fare sesso e quindi si sfogava in chat e nella realtà con altri uomini conosciuti su internet.

Mira-Dolo, eccola la coda, la solita coda della tangenziale di Mestre, per fortuna oggi non è molta, in dieci minuti dovrei cavarmela.

Imboccata la tangenziale è solo questione di tempo per arrivare all’aeroporto, d’altro canto non ha un aereo ad un’ora precisa, vorrebbe solo prendere il primo che passa, basta sia entro le 18:00.

È in coda ed ogni tanto alza gli occhi per guardare gli aerei che partono e arrivano, guardandone uno che è particolarmente basso sopra la macchina supera la rotatoria che l’avrebbe portato verso i parcheggi per le partenze, deve cercare di fare un’inversione ad U appena possibile e tornare indietro.

Fa per entrare dentro al parcheggio ma si accorge che è riservato solo ai visitatori giornalieri o a chi aspetta qualcuno che arriva. Irrazionalmente, perché in verità ha deciso che deve andarsene e cambiare tutto, gira nuovamente l’auto e va in cerca di un parcheggio libero dove nascondere l’auto, in bella vista in mezzo a centinaia di altre.

Alla fine deve lasciarla lungo la Romea, in uno spiazzo a lato della carreggiata. Vorrebbe quasi lasciare l’auto aperta per sottolineare ancora più che la sua partenza è definitiva ma poi qualcosa glielo impedisce, l’abitudine forse.

Gli tocca camminare per quasi mezz’ora lungo la Romea per ritornare all’ingresso del terminal. Cammina fra la sabbia ocra e le canne che bordano la strada, non c’è un marciapiede vero e proprio ma solo un ciglio pericolosamente vicino alla carreggiata, cerca di non farsi investire da auto o camion che in quel tratto sono in piena corsa per recuperare il tempo perso in tangenziale. Anche se è Settembre nel primo pomeriggio è caldo e il traffico e la vegetazione contribuiscono a rendere soffocante l’aria.

Non vede altri che camminano come lui verso il Marco Polo, già questo contribuisce ad acuire la sensazione di disperazione che si sente addosso.

Non ha lasciato nemmeno il bancomat a Marta, la tentazione sarebbe quella di fermarsi ad uno sportello e prelevare tutto ciò che ha nel conto, potrebbe farlo senza incorrere in nulla, sarebbe in ogni caso poco ma basterebbe per sopravvivere un po’. Non è così infame, il bancomat è nel suo portafoglio, farà un prelievo e poi vedrà come fare.

Si immagina già con la faccia di chi sta per vivere un’avventura e il suo passo accelera lungo il viale di ingresso al terminal, con gli aerei che salgono sopra la sua testa. Evita di pensare che dovrà per forza cercare un lavoro in città sconosciute, dove ha sentito dire, davanti alla macchina del caffè, che lo si trova solo attraverso amici di amici di amici. Ogni volta che la mente si ferma su questo particolare vacilla, e con essa il suo passo.

Si accorge di essersi fermato proprio sulla soglia dell’aerostazione, intralciando il passo ai viaggiatori in entrata, dopo uno spintone torna in se stesso e riprende a camminare veloce. Non ha dubbi, se Diana lo sosterrà potrà farcela e diventare un abitante indistinguibile dagli altri.

Non esclude che possa in un secondo momento andarsene ancora più lontano, per ora Palermo è tutto il mondo di cui ha bisogno.

Una volta dentro il terminal alza la testa cercando di capire dove deve andare. E’ partito all’improvviso e non sa nulla di come e dove si acquisti un biglietto aereo, immagina ci possa essere uno sportello come alle stazioni dei treni, dove dici la destinazione e ti fanno il biglietto. Sono le 14:30, comincia a girare alla ricerca di un bancomat o di uno sportello dove prelevare i soldi per il volo, lo trova come sempre nell’angolo lontano della stazione, preleva e si avvia a tornare dove pensa ci possa essere un ufficio informazioni.

Si mette in coda al banco dell’Alitalia, l’unico aperto, o così sembra in quanto gli altri sono deserti. Non ha nulla da fare, non ha un giornale o un libro con cui far finta di essere impegnato a leggere e ascolta i rumori attorno, tiene gli occhi bassi per paura che qualcuno gli rivolga la parola, eppure anche così sente quasi subito, prima di riuscire a capirlo coscientemente, che qualcosa è cambiato dal momento in cui ha messo piede lì dentro. Sembra che l’aria nel terminal non si muova più, le persone che camminano sono ferme immobili, a guardare in alto.

È una sensazione palpabile, quasi una decompressione, come una corrente d’acqua che ad un tratto si ferma e non essendo più mossa attivi in maniera diversa i centri del tatto. Così in quell’istante la sua mente, quasi incoscientemente, registra una variazione di pressione dell’aria, fino a comprendere che il rumore che lo aveva accompagnato fin lì si è completamente azzerato. Alza gli occhi e vede che il tabellone delle partenze e degli arrivi si sta modificando, annulla e posticipa orari. Non riesce a comprendere cosa stia succedendo e con lui anche altri all’interno del terminal stanno cercando di capire, sono fra i pochi che ancora si muovono e parlano.

E’ Martedì, un giorno di lavoro come un altro in questo inizio di secolo, per lui è il giorno giusto, il giorno in cui ha deciso che tutto deve cambiare. Se non se ne fosse andato così velocemente, in maniera tanto improvvisata, non ce l’avrebbe mai fatta. Serviva una decisione che non fosse ragionata per riuscire ad avere la spinta iniziale.

Fino a quel momento la volontà gli era vacillata solo pochissime volte e in maniera non così considerevole da portarlo a ripensarci.

Rimane al suo posto in una coda quasi immobile, con tutti quei cambiamenti al tabellone non riesce più a capire niente di quello che sta succedendo e che aereo dovrebbe prendere ma è disposto a rimanere lì anche tutta la giornata per cercare di sparire. Alla fine però deve riuscirci, quanto attenderà Marta quando non lo vedrà più arrivare a casa prima di chiamare i carabinieri? Spera lasci perdere, lo maledica e trovi il modo di andare avanti da sola, smettendola di volergli bene in quel modo che lo incatena e non lo lascia andare.

Finalmente ecco il suo turno.

“Buongiorno, vorrei un biglietto per Palermo, mi sa dire quanto viene a costare?”

La commessa, che sembrava in ascolto di qualcosa, lo fissa con uno sguardo straniato.

“Non saprei dirle se ci saranno ancora voli oggi. Per ora ci hanno comunicato che le partenze subiranno ritardi”. Allunga il braccio a mostrare qualcosa dietro di lui, Marco si gira e vede uno schermo sintonizzato su un’emittente italiana che rilancia le immagini della CNN: alle spalle di un giornalista che continua a parlare fumo e lo skyline di una grande città, che potrebbe essere New York, e un orologio digitale che segna le 15:06. Il rullo sotto alla notizia recita America under attack. Aveva visto giusto, quella era proprio una grande città americana.

Bestemmia a bassa voce in quel silenzio che si è fatto ancora più solido, se non compra il biglietto deve tornare a casa.

Non è che può rimanere lì e andare in albergo, si sentirebbe ridicolo e sicuramente i carabinieri lo troverebbero subito, e poi dove potrebbe andare? A Venezia? A 100 chilometri da casa? Lo sa, non riuscirà ad aspettare molto senza che il senso di colpa e l’incertezza comincino a farsi sentire, sa che se non lo fa subito non avrà più il coraggio di partire.

“E’ sicura?”

“Penso di sì, mi hanno comunicato di non fare biglietti fino a quando non sarà chiarita la situazione.”

“Ma cos’è successo?”

“Due aerei, addosso alle Twin Towers. Non so altro, mi scusi, può spostarsi da qui e attendere seduto? Grazie.”

“Come due aerei, non capisco, mi spieghi, un incidente a New York?”

“Non so altro, può mettersi seduto per favore?”

“Ma almeno mi faccia il biglietto”. Cerca di mettere urgenza e allo stesso tempo un senso di pena nella voce.

“Ma che cazzo c’entra New York con Venezia?”

“La prego si metta seduto o chiamo la sicurezza”. Il tono deciso e fermo lo fanno indietreggiare, le persone normali come lui non fanno storie. Ti viene insegnato fin da piccolo che va rispettata l’autorità e chiunque indossi l’uniforme attiva quel riflesso condizionato. Si allontana di malavoglia dal bancone.

Intanto il rumore dentro la sala di attesa è ripreso ma è diverso. Non ci sono in sottofondo lo scorrere delle ruote dei trolley o dei carrellini pieni di bagagli, solo parole inintelligibili, sussurrate quasi con una certa urgenza, che piovono dall’alto dopo essere state rimbalzate dai soffitti e dai lucernari. Gli schermi rimandano facce di inviati e fumo e fuoco e non si capisce cosa sta succedendo.

Marco pensa che in aeroporto non andrebbero fatte vedere scene di incidenti aerei, e comunque lui ha un problema più grande, deve andare a Palermo, deve cambiare vita, non ha più tempo, rischia di perdere tutto, di dover ricominciare di nuovo.

Si mette alla ricerca di un altro banco informazioni, di un capo settore, di un ufficio dove possano dargli qualche indicazione in più e soprattutto un biglietto, sa che se lo avesse in mano potrebbe aspettare e lasciarsi andare all’attesa ma deve avere quell’oggetto, quel pezzo di carta inchiostrata che lo faccia sentire già oltre.

Se solo avesse deciso di andare in treno. Ventiquattro ore di trenini regionali e intercity fino ad addormentarsi al rumore delle traversine, con le gambe distese sul sedile davanti. Ci aveva pensato ma la cosa sembrava troppo lenta, troppo lontana nel tempo per essere praticabile.

Ormai è un’ossessione, non sa se potrebbe sopportare un altro fallimento, non può essere così incapace da non riuscire nemmeno a mollare tutto e sparire. Guarda l’orologio, sa di non avere tempo. Se deve tornare a casa deve farlo entro pochi minuti oppure non saprebbe giustificarlo, questo pensiero lo corrode profondamente e gli getta addosso uno stupore enorme insieme ad una profonda tristezza per i condizionamenti a cui ha sottoposto la propria vita in quegli anni. Già questo mina nel profondo la sua risolutezza, comincia a vacillare nella sua urgenza di andare.

Comincia a pensare che se arriva a Palermo non ha idea di dove trovare Diana in quella città. Come si chiama in verità? E su quella foto che ha stampato su un foglio di carta non sa di preciso se è veramente lei. E quanto è grande Palermo? C’è la mafia, magari fa una brutta fine e lei è la moglie di un mafioso. Poi l’unico indizio, cantante nel coro della cattedrale, non è che sia così facile, se quella nella foto non è lei. Se è ammalata e non si fa vedere? Quanti giorni può andare avanti con il bancomat prima che il conto venga bloccato?

Domande che hanno come unica risposta quella di farlo sentire stupido.

Pensa ed è immobile, ascolta i sussurri spaventati delle persone e le saracinesche degli uffici e dei negozi che chiudono, gli occhi bassi a guardare il cemento di un cordolo. Ne conosce le rughe, le circonvoluzioni che ha subito l’impasto liquido una volta spinto dentro alla cassa madre per dargli la forma, le fratture, lì l’angolo non è perfetto e si perde quasi in una raccordatura tondeggiante, una crepa che minerà l’integrità ed andrà riparata.

Cerca di valutare tutto, di trovare una via di uscita, un altro aereo, un altro aeroporto. Potrebbe andare a Mestre e prendere il treno, oppure partire con la macchina, ma è sicuro che in tutti e due i casi ad un certo punto si girerebbe e tornerebbe indietro. L’aereo. Era quello l’unico modo, pulito, veloce, definitivo.

Ascolta il brusio delle persone che si è improvvisamente alzato, qualcuno si lascia scappare un grido, un altro piange.

“È caduta!”

Due parole ripetute gli rendono insopportabile l’attesa. Si alza, va a comprare un pacchetto di Camel senza filtro, se ne accende una e sente quel male profondo ai polmoni che lo fa stare bene.

Esce dal terminal, sconfitto. Bestemmiando e fumando una sigaretta dopo l’altra cammina fino ad arrivare all’auto. Prima ancora di partire accende la radio. Non c’è una stazione che trasmetta musica. Tutti a parlare dell’incidente aereo.

“Amerika under attack? Vaffanculo va’!”

Paolo Costa – 2018

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