Lo spazio vuoto

tempo di lettura: 15 minuti

Quella mattina decise di fare colazione in veranda. Il sole era già alto e prometteva un’altra giornata accaldata e luminosa, il vento però portava con sé la frescura e il profumo del mare. Cyril e la signorina Claythorne si erano alzati da ore ed erano già in spiaggia. Li poteva vedere, due puntini che avanzavano sul bagnasciuga, uno dritto come un treno su un binario, l’altro a scatti e seguendo fantasiose evoluzioni, correndo e fermandosi di continuo, rimanendo dietro al primo punto per poi raggiungerlo e superarlo, come un moscerino che svolazza attorno ad un cesto di uva troppo matura.

Si servì un piatto di frutta fresca e una tazza di thé nero con una goccia di latte. L’ananas era dolce e succosa, avrebbe mandato i suoi complimenti a Lady Averton. Lei sì che sapeva scegliere i giardinieri a cui affidare le sue serre. Non bastava certo il clima mite della Cornovaglia per far crescere con tanta lussureggiante rigogliosità alberi e frutta che provenivano da latitudini così lontane dalle loro. E doveva anche ringraziarla per Vera Claythorne. Era stata lei a raccomandargliela. Da quando era arrivata sembrava che tutto avesse un senso. A volte poteva sembrare fredda e inflessibile e Cyril era solo un bambino, le era grata però per riuscire a fare come istitutrice quello che a lei non riusciva come madre. “Eleonor, non puoi tenerlo chiuso sotto una campana di vetro”. Le sentiva sempre le parole di Maxwell, ogni volta che non riusciva a dire no a loro figlio, o che lo consolava o gli impediva di fare qualcosa di pericoloso. Sembrava si fosse già dimenticato di Maurice.

Attraverso la macchia rossa di rododendri le arrivò la risata allegra di Cyril che si avvicinava. Quando furono in vista della veranda rimase colpita dallo strano e buffo contrasto che creavano. La signorina Claythorne avanzava rigorosa e ben eretta, lo sguardo fisso davanti a sé non cedeva ad alcuna distrazione e misurava ogni passo perché fossero tutti della medesima ampiezza. Cyril invece le svolazzava attorno allegramente, saltellando avanti e indietro, attratto da qualsiasi cosa incontrassero i suoi occhi, un fiore ancora umido di rugiada, un pezzo di vetro liscio e levigato da innumerevoli passi, una lucertola che correva a nascondersi dietro un sasso, i raggi di sole che danzavano fra le foglie dei limoni, e rideva e lanciava gridolini di gioia ad ogni nuova scoperta. Ad un certo punto il bambino afferrò con eccessivo entusiasmo un lembo del vestito della signorina Claythorne, probabilmente per attirare l’attenzione dell’istitutrice verso l’ennesima meraviglia. La giovane donna non gradì tanta intemperanza e con durezza prese il polso di Cyril. Lo tirò a sé e si chinò verso di lui, incombente, mormorando un rimprovero che solo lui, mesto e a testa bassa, poteva sentire. La signora Hamilton sentì il solito nodo di apprensione crescerle in gola. La signorina Claythorne sapeva essere davvero dura e severa e nonostante questo Cyril l’adorava. Ma l’istitutrice non aveva ancora finito la sua ramanzina che il bambino, sollevato un attimo lo sguardo verso la veranda, vide la madre che li osservava, seduta al tavolino della colazione. Fu come se le parole severe appena ricevute si spargessero come sabbia nel vento. Sorrise e si liberò senza fatica dalla stretta della signorina Claythorne, correndo vociante verso di lei.

«Mamma, mamma, abbiamo trovato una medusa!»

Alla signora Hamilton sembrò per un attimo che gli occhi della signorina Claythorne si riducessero a due fessure di disapprovazione e che le sue labbra si serrassero in una linea netta di disprezzo. Provò un senso di malessere allo stomaco, poi la vide avanzare verso di loro con la sua solita espressione di imperturbabile serenità. Probabilmente aveva solo strizzato gli occhi per via del sole già forte.

«Buongiorno, signora Hamilton. Cyril, saluta tua madre.»

«Sì, signorina Claythorne. Buongiorno, mamma.»

La signora Hamilton sorrise con affetto. «Buongiorno, Cyril. Buongiorno, signorina Claythorne. Avete già fatto colazione?»

Cyril la travolse con un’ondata di parole lanciate fuori quasi senza prendere fiato.

«Sì, mamma, ho mangiato ben quattro fette di pane con il burro e la marmellata di albicocche. Quella della signora Briggs. È davvero buona, l’hai mangiata anche tu? E poi siamo andati a fare una passeggiata sulla spiaggia. Era pieno così di conchiglie e legnetti. E poi abbiamo trovato una stella marina e c’era anche una medusa! Signorina Claythorne, posso raccontare alla mamma della medusa?»

«Non mi sembra il caso, tua madre sta ancora facendo colazione, potrebbe impressionarsi.»

Avrebbe potuto essere una punzecchiatura tipica di Maxwell, sapeva però che Vera Claythorne era molto precisa e rigida in merito all’etichetta e che non perdeva occasione per insegnare a Cyril come ci si comporta con le persone. Sorrise per non offuscare l’entusiasmo del figlio.

«Non si preoccupi, signorina Claythorne. Allora, Cyril, raccontami, com’era questa medusa?»

«Era trasparente e viscida, ho provato a muoverla con un bastoncino ma era morta. Volevo portarla a casa per mostrartela ma la signorina Claythorne me lo ha impedito.»

«La signorina Claythorne ha fatto benissimo, chissà come sarà stata sporca.»

Il tono della voce era serio ma lo sguardo tradiva un sorriso di benevolenza davanti a tanto fervore.

«Oh, mamma, ti prego, posso prendere un secchiello e tornare a prenderla?»

«Più tardi, ora penso che la signorina Claythorne abbia altro in programma per te. Lo zio Hugo sta per arrivare da Londra, quando sarà qui potrete andare tutti insieme a prendere questa medusa.»

Alla signora Hamilton non era sfuggito il lieve sussulto della signorina Claythorne appena aveva nominato il cognato.

Hugo arrivò in tarda mattinata. Entrò in casa leggero e allegro come una brezza fresca. Non le era difficile capire perché Vera Claythorne avesse un debole per suo cognato.

«Buongiorno, signora Hamilton, sono venuto a farvi un po’ di compagnia e a godere anch’io del sole della Cornovaglia.» esordì con ironica affettazione.

«Buongiorno, Hugo, vedo che nemmeno questa volta sei riuscito a convincere tuo fratello a raggiungere la sua famiglia.» La frase le era uscita meno ironica di quello che avrebbe voluto. «Oh, Eleonor, lo sai com’è Maxwell. Mio fratello vi vuole molto bene ma prende anche troppo seriamente il suo ruolo di custode delle fortune degli Hamilton.» Fu quasi impercettibile ma era sicura che prima di risponderle avesse distolto lo sguardo per una frazione di secondo. La signora Hamilton scrollò la testa sorridendo. Non cercava certo la compassione delle persone, soprattutto non quella di un uomo giovane, affascinante e di buon carattere come Hugo. «Cyril e la signorina Claythorne sono in giardino. È tutta la mattina che ti aspettano. Vieni.» Le era uscito in modo involontario, non era certo nella sua natura avanzare insinuazioni che potessero mettere in imbarazzo le persone, ma non poté non notare anche in Hugo un appena percettibile sussulto al sentire che non era atteso solo da suo nipote.

Cyril e la signorina Claythorne stavano leggendo un libro sotto la magnolia. Il bambino si stava visibilmente annoiando e con un bastoncino scavava fra le radici dell’albero mentre la voce limpida e ferma della signorina Claythorne riempiva l’aria. Cyril alzò lo sguardo dalle sue esplorazioni sotterranee e vide la madre e lo zio mentre uscivano dalla porta a vetri per raggiungerli.

«È arrivato, signorina Claythorne, zio Hugo è arrivato!»

La signorina sollevò lo sguardo dal libro mentre il bambino si alzava e correva verso lo zio. Quando lo raggiunse ancora in corsa Hugo lo afferrò con sicurezza e lo portò di slancio in alto, ruotando con eleganza su sé stesso mentre Cyril rideva nel cielo. La signora Hamilton sentì di nuovo in gola il nodo di apprensione.

«Buongiorno, nipote! Sei pronto per le nostre avventure a caccia di pirati? Buongiorno, signorina Claythorne, ci scusi, vi abbiamo interrotti.»

La signorina Claythorne li aveva raggiunti senza scomporsi mentre Hugo posava il nipote a terra. «Non si preoccupi, signor Hamilton, Cyril non era comunque particolarmente predisposto all’ascolto questa mattina.»

Se uno sconosciuto li avesse visti ora per la prima volta non avrebbe nemmeno potuto immaginare che fra i due giovani era presente un reciproco affetto. Ma per la signora Hamilton, che poteva osservare con calma tanti piccoli dettagli, ormai era evidente.

«Davvero, Cyril? Lo sai che devi sempre obbedire alla signorina Claythorne, lei sa cosa è meglio per te.» Hugo rimproverò il nipote in tono giocoso.

«Suvvia, non siate così severi con il mio bambino, è estate, dovrebbe passare tutto il tempo in spiaggia a giocare.» Eleonor non riuscì a trattenersi dal prendere scherzosamente le difese di Cyril.

«Zio Hugo, ti stavamo aspettando, c’è una medusa morta sulla spiaggia, andiamo a prenderla. Possiamo andare, mamma?»

«Non saprei, è quasi ora di pranzo. Ma sì, una passeggiata veloce credo che riuscirete a farla.»

Il bambino si lanciò in una danza tribale che esprimeva tutto il suo entusiasmo, strappando una risata alla madre e allo zio e un lieve sorriso alla signorina Claythorne, per poi fermarsi fra le braccia della signora Hamilton e affondare il volto nel suo abito.

«Mamma, vieni anche tu.»

Il sole era alto sul bagnasciuga e a quell’ora arrivava ben poco vento a portare un po’ di frescura, ma nonostante la cappa opprimente il mare della Cornovaglia riusciva sempre ad esercitare la sua magia sensuale su di lei. Con i suoi colori cangianti e il profumo salmastro e il canto delle onde che si frangevano sulla spiaggia catturava tutti i suoi sensi, le riempiva occhi, narici e orecchie e da lì le invadeva la testa ipnotizzandola, trasformandola in una sonnambula persa in un sogno di acqua e luce. Camminava fianco a fianco con Hugo mentre la signorina Claythorne aiutava Cyril a raccogliere conchiglie e gli spiegava a quale tipo di animale appartenevano. Era davvero molto preparata, Cyril non poteva essere in mani migliori.

«Maxwell ti ha detto se e quando pensa di venire?»

«Ha detto che la settimana prossima dovrebbe riuscire a raggiungerci ma non sembrava molto convinto.»

«Si starà godendo la pace da finto scapolo, tutto solo a Londra.»

«Oh, Eleonor…»

«Sì, lo so, è il suo carattere ma in realtà vuole tanto bene a Cyril e a me. Mi dispiace solo che si perda questi momenti. Il tempo passa così in fretta e a volte non ci rendiamo conto che basta un niente per perdere le cose che amiamo. Maxwell ancora non lo capisce, nonostante…» Si interruppe. Non voleva parlare di Maurice.

«Eleonor, ognuno di noi si aggrappa a cose diverse per superare il dolore, ma Cyril è un bambino bellissimo e in salute, Maxwell sa quanto è fortunato. Dovresti iniziare a capirlo anche tu. Non devono per forza succedere sempre cose brutte. Anche essere sempre preoccupati impedisce di godere dei momenti belli.»

Hugo le sorrideva con quel suo modo schietto e amichevole. Era davvero un bell’uomo ma il suo fascino stava sicuramente nel suo buon carattere, sempre allegro e ben disposto verso il mondo.

Avrebbe voluto dire ancora tante cose su Maxwell, sulla sua smania per il lavoro, sulla sua continua assenza che tuttavia non le risparmiava di sentirlo incombente su di lei con il suo biasimo. Sapeva che Hugo l’avrebbe ascoltata senza giudicarla ma alla fine avrebbe parlato anche di Maurice, e lei non voleva parlare di Maurice perché di sicuro non sarebbe riuscita a trattenere le lacrime, nonostante fosse già passato così tanto tempo. Preferì cambiare argomento e distogliere l’attenzione dai suoi fantasmi.

«E tu? Riesci a godere dei momenti belli? Non ho potuto fare a meno di notare che provi una certa simpatia per la signorina Claythorne.»

Il sorriso di Hugo si trasformò in una leggera smorfia di insofferenza. Volse la testa verso il mare.

«Scusami, non volevo metterti in imbarazzo. Ma una donna certi particolari li nota, ed è evidente che non vieni qui solo per stare con tuo nipote e tua cognata, né per i bagni di sole. Sono certa del tuo affetto sincero e disinteressato per noi ma credimi, anche in un’estate tanto bella viaggi così frequenti da Londra alla Cornovaglia non possono essere giustificati solo dall’amore fraterno. E solo per l’aria pulita e il mare ti sarebbe più comoda Brighton, che fra l’altro è anche molto più vivace e mondana per un giovane brillante come te.»

Lo osservava di sottecchi mentre avanzavano. Il suo silenzio le confermava di aver colpito a fondo. «Mi piace la signorina Claythorne, è molto educata, colta, ha un carattere forte e deciso. Non perde mai la calma, neanche quando Cyril si esibisce in uno dei suoi terribili capricci. E sono sicura che ti ricambi. Certo, sembra sempre fredda e a volte quasi incapace di provare sentimenti ma credo che sia semplicemente troppo consapevole delle reciproche posizioni e troppo ligia nel rispettarle.»

«Ha ragione.»

Hugo continuava a fissare il mare.

«È una brava ragazza, sa che daremmo solo scandalo e che alla fine non potrei offrirle nulla. Sono solo un figlio cadetto.»

«Ma forse…»

Finalmente si voltò verso di lei. «Eleonor, sei una dolcissima romantica ma a volte sei troppo ingenua. Davvero, non preoccuparti, lo sappiamo entrambi che non ci porterebbe nulla di buono.»

Le stampò un bacio affettuoso sulla fronte e corse ridendo verso Cyril e la signorina Claythorne, lasciando indietro con lei la tristezza.

La signora Hamilton si fermò a guardarli, turbata da quell’accusa di ingenuità lasciata cadere con tanta perfida leggerezza. Nonostante le differenze di carattere Hugo aveva sempre lo stesso sangue di Maxwell. Riprese a camminare tenendosi a distanza, ammirandoli come un film al cinematografo. La luce forte del sole bruciava i colori e sgranava i contorni del mondo. Nonostante l’amarezza che le aveva lasciato provava una profonda tristezza per Hugo e Vera. Erano giovani, belli e pieni di quell’ardore che rende la vita degna di essere vissuta, avevano tutto il futuro davanti, eppure sembrava che nemmeno a loro fosse concesso di scegliere davvero l’unica cosa che potesse renderli felici. Hugo prese Cyril sulle spalle e iniziò a correre lungo la spiaggia mentre le risate del bambino arrivavano fino a lei. La signorina Claythorne li osservava sorridendo. Quando Hugo era lì con loro non sempre riusciva a contenersi, e più di una volta l’aveva sorpresa con il volto disteso in un sorriso giovane e fresco. Sembrava una persona completamente diversa quando si permetteva di mostrare i suoi sentimenti. A guardarli da lì, allegri e leggeri, sembravano una giovane famiglia felice. Come poteva essere dura a volte la vita. Ma era anche imprevedibile. A volte in negativo, ma altre volte, chissà, poteva nascondere delle belle sorprese. Maxwell avrebbe potuto stupirli e raggiungerli prima del previsto. Era vero che amava Cyril e lei ma a volte le sembrava quasi che volesse tenere entrambi lontani. Quando lei si preoccupava per il bambino non tratteneva la sua insofferenza, soprattutto quando si prendeva un raffreddore o aveva un po’ di febbre. “Sei troppo apprensiva, Eleonor, è normale che i bambini si ammalino”. Eleonor la lamentosa, Eleonor l’ansiosa, Eleonor che amava crogiolarsi nel dolore e nella paura. Per Maxwell era tutto lì il problema. Era lei sola però che passava tutto il tempo al capezzale di Cyril, con l’angoscia di rivivere momenti che sperava solo di poter dimenticare. Ma forse era vero, si preoccupava troppo facilmente. Cyril non era Maurice. La voce del figlio la tirò fuori dai suoi pensieri.

«Dov’è finita la mia medusa? Signorina Claythorne, era qui vicina, non riesco a vederla!»

«Eccola, Cyril, è qui. Non ne è rimasto molto.»

Eleonor li raggiunse. Erano in cerchio e fissavano la sabbia compatta del bagnasciuga dove apparentemente non c’era nulla. Guardando bene, però, si notava un puntino di una sostanza gelatinosa che stava evaporando al sole.

«Cosa le è successo, signorina Claythorne?»

«Si è sciolta, Cyril. Le meduse sono composte quasi interamente di acqua e se muoiono spiaggiate il sole le scioglie, finché non rimane più nulla di loro.»

Eleonor fissava come ipnotizzata quel puntolino che fino a poche ore prima era una vita e che in breve tempo sarebbe scomparso del tutto, e con esso qualsiasi traccia del fatto che una piccola creatura era nata, cresciuta, aveva danzato per breve tempo nel mare, e poi era venuta ad adagiarsi su quel lembo di sabbia per morire. Era così anche per le persone, per alcuni bastava molto meno che la luce del sole per cancellare anche il ricordo di chi non c’era più, lasciando semplicemente uno spazio vuoto.

«Ma io voglio la mia medusa! Signorina Claythorne, aveva promesso che l’avremmo portata a casa.»

Maxwell dimenticava anche con molto meno. Lui sapeva lasciare andare il passato.

«Mi dispiace Cyril, siamo arrivati troppo tardi. Domani mattina portiamo con noi il secchiello, così se ne troviamo un’altra la prendiamo.»

Lei invece no, lei ricordava, doveva ricordare. Anche se questo faceva arrabbiare Maxwell lei non poteva dimenticare. E Maxwell la odiava per questo, perché nel profondo di sé stesso, nascosta sotto tutte le scartoffie e gli impegni del lavoro, c’era una piccola parte di lui che davanti alla sofferenza e all’ossessione di Eleonor capiva che era lui il vigliacco. A lei il peso del dolore, a lui quello della paura.

«Ma io la voglio adesso!»

Maurice era esistito, anche se per pochi anni, era stato suo figlio e lei non avrebbe permesso che scomparisse anche dai suoi ricordi.

«Cyril, lo vedi anche tu che non c’è più niente da raccogliere. Ormai è impossibile e non possiamo certo metterci a cercare meduse adesso.»

Doveva essere lei a tenere in vita Maurice, i dottori non erano riusciti a salvarlo ma lei non avrebbe permesso che scomparisse tutto di lui. L’avrebbe tenuto lei in vita per entrambi, nonostante il nodo che le premeva di continuo in gola.

«La prego, signorina.»

«Cyril, basta così. Hai sentito cos’ha detto la signorina Claythorne.»

Il rimprovero della madre giunse così inaspettato che due lucciconi si formarono agli angoli degli occhi del bambino. Anche la signorina Claythorne e Hugo furono presi alla sprovvista. Lei stessa quasi non si era resa conto di aver parlato in quel modo. Le lacrime di Cyril la fecero tornare in sé. Si sentì scrutare dagli sguardi indagatori degli altri.

«Signora Hamilton, forse dovremmo rientrare. Fra poco serviranno», si arrischiò a dire l’istitutrice con un tono che tradiva una leggera e fastidiosa preoccupazione.

«Sì. Certo, signorina Claythorne, rientriamo o la signora Price ci sgriderà se lasciamo freddare il pranzo». Hugo e la signorina Claythorne la seguirono. Solo Cyril non si muoveva, sembrava non avere ancora capito di essere stato sgridato dalla madre. Rimase ad osservarla mentre si allontanava, dondolando sulle gambette nude.

La signorina Claythorne si fermò e gli tese la mano. «Andiamo Cyril, non facciamo aspettare tua madre e il signor Hamilton.»

Il bambino la raggiunse esitante, la testa china. «La mamma è arrabbiata?»

Sentendo quelle parole Eleonor avrebbe voluto voltarsi e gridare “no no no, non sono arrabbiata, ma come potete non capire, tutti quanti, cosa significa dover guardare uno spazio vuoto che prima non lo era?”

«No, Cyril, ma devi capire che ormai non puoi più fare i capricci. Stai crescendo.»

Per fortuna c’era la signorina Claythorne.

Intanto Hugo aveva raggiunto Eleonor. «Eleonor, stai bene?»

«Sì, Hugo, sto bene. Non volevo spaventarvi, ero solo stanca per il caldo.» Si voltò per guardare Cyril e sorridergli rassicurante. Hugo la osservava pensieroso. «Davvero, Hugo, ho avuto una reazione eccessiva ma non è successo nulla.»

Intanto Cyril aveva già dimenticato tutto e aveva ritrovato il solito buon umore.

«Zio Hugo, facciamo una gara, vediamo chi arriva primo alla roccia nera», e partì di corsa.

«Cyril, non correre!», disse la signorina Claythorne in tono perentorio.

Ma Eleonor sorrideva. «Lo lasci fare, signorina Claythorne, è un bambino, deve essere felice e pieno di vita. Vai Hugo, non vorrai deludere tuo nipote.» Il cognato la guardò ancora un attimo, scosse la testa sorridendo e seguì di corsa il bambino.

La signorina Claythorne raggiunse Eleonor.

«Mi dispiace averla contraddetta con Cyril, ma volevo che dimenticasse la tristezza di poco fa. Maxwell ha ragione, a volte lo vizio ma è così caro. Le vuole molto bene.»

«E io ne voglio a lui, signora Hamilton, ma il signor Hamilton ha ragione, il bambino è viziato.»

Eleonor sorrise, decisa a lasciare in riva al mare tutto il dolore, nella speranza che le onde se lo portassero via. Almeno per quel giorno. «A volte viziare un figlio è un piacere che finisce troppo presto. Ha un buon carattere, non saranno un po’ di coccole a guastarlo.»

La signorina Claythorne non rispose.

«Assomiglia molto al signor Hugo. Penso che mio cognato sarà un buon padre.»

Di nuovo nessuna risposta, solo un lieve arrossarsi delle guance che agli occhi di uno sconosciuto poteva anche essere causato dal sole estivo.

Nel frattempo avevano raggiunto Cyril e Hugo, che non riuscivano a riprendere fiato dopo la corsa a causa del gran ridere.

«Dunque chi ha vinto?»

«Io mamma, ho vinto io!»

«Cyril è davvero troppo veloce per un vecchio come me.»

Nemmeno la signorina Claythorne riuscì a trattenere il sorriso.

«Mamma, questo pomeriggio io e lo zio Hugo possiamo fare una gara di nuoto fino agli scogli? La signorina Claythorne ha detto che sto diventando bravissimo a nuotare. Posso farcela, mamma, davvero!»

Eleonor guardò gli scogli, erano a meno di cento metri dalla riva ma quando c’era vento il mare in quel tratto era così mosso. Per un adulto non sarebbe stato difficile, ma per Cyril…

«No, Cyril, è davvero troppo pericoloso, non voglio che tu ci provi. Neanche con zio Hugo.»

«Ma mamma…»

Bastava un attimo perché quello che amavi ti venisse strappato via, senza poter fare nulla.

«Cyril, non fare i capricci, hai sentito cosa ha detto tua madre. È pericoloso, nuoteremo nell’insenatura come abbiamo sempre fatto. Vedrai che ti divertirai ugualmente.»

Per fortuna c’era la signorina Claythorne.

Alice G FK – 2018

Fai conoscere il blog

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.