Amy

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Avrai avuto sette anni, ricordi? Ci eravamo appena trasferite nella casa nuova. Nuova scuola, amicizie da ricostruire. Tutto quello che per te aveva un senso – i lunghi pomeriggi in bicicletta con Max, le gare a rimpiattino giù al torrente, la pesca con papà – improvvisamente scomparso. Non sapevo come aiutarti. Max in un’altra città a studiare. Ero spaventata dalla tua solitudine. Il velo di tristezza sugli occhi mi faceva credere di aver sbagliato. Non avrei dovuto portarti via, strapparti di là. Ricominciare, alla fin fine, era affar mio.

Fu allora che mi chiedesti del gatto. Finché vivevamo in campagna il contatto con gli animali ti era spontaneo, inevitabile. Non ne avevamo di nostri ma tutto intorno potevi trovarne e divertirti con loro. I cani ti riconoscevano al tuo passaggio – e addirittura gli asini, e i cavalli. Per questo mi convinsi che un gatto ti avrebbe tenuto compagnia, nonostante temessi per il divano appena acquistato, e i mobili, e i tappeti. Ma in quel momento c’era qualcosa che valeva di più della tappezzeria.

Mi informai presso chi potevamo recuperare un gatto. Mara mi aveva parlato di una signora che viveva lì accanto ma in principio avevo titubato osservando da fuori lo squallore dell’edificio – dove avrei trovato il coraggio di presentarmi, con una messa in piega così borghese, e gli stivaletti laccati, alla porta di una derelitta? I sensi di colpa per il nostro tenore di vita mi stava bloccando.

Poi, un giorno, tornando dall’ufficio – sarà stata la luce declinante dell’autunno, uno strano languore nell’aria – mi dissi: sì, ora o mai più. Per lei, per lei questo ed altro. È per te, con te che suonai a quel campanello. Ricordi? La casa era davvero squallida come appariva da fuori. Nella penombra mi sovvengono scale su scale e, non so perché, non mi sembrava mai di arrivare in cima. Ti tenevo per mano con la paura di perderti, di perdere anche te, lì, inghiottita dal nero della tromba. A un certo punto ti fermasti. Avevi il fiatone. Una luce stinta filtrava dalle tende. Eravamo quasi a un pianerottolo quando notammo qualcosa che si muoveva. Giusto sotto la tenda la sagoma di un gatto. Facemmo ancora qualche passo quando all’improvviso ci accorgemmo di essere circondati: sui gradini e lungo il corridoio che sprofondava nell’oscurità, accucciati con aria guardinga, chi sullo zerbino, chi con la testa tra le inferriate, decine di gatti ci stavano a guardare. Ero esterrefatta. Tu invece, presa da un subitaneo atto di vitalità, cacciasti un grido che voleva essere di esultanza. Ti illuminasti, un lampo scorse le tue iridi dopo tanto tempo. Ma questo bastò a spaventarli. In un attimo, e silenziosamente, erano tutti svaniti nel nulla. E mentre cercavo disperatamente di capire quale fosse l’uscio della gattara – mi aveva detto quarto piano, dovevamo esserci – come sovrappensiero mollai la mano, non c’eri più.

Quando me ne accorsi ti riconobbi a qualche metro da me, eri tornata indietro, ai piedi di quella finestra che fingeva di illuminare. Lì sotto, tra le pieghe della tenda, l’avevi trovata: proprio quella che avevamo intravisto – una gattina, sì, una femmina. Dal pelo fulvo, come la desideravi, con gli occhi grigi di un cielo in tempesta. Sì, vi eravate riconosciute. L’unica, a quanto pare, a non prendere paura della nostra disperazione, del disperato bisogno di affetto che ci attanagliava. Impavida, calma. Sentivo che poteva darti sicurezza. Sentivo che non avresti temuto più, perché lei non ti temeva. Per qualche motivo vi eravate già addomesticate. Fu mentre la prendevi in braccio che comparve la donna. Anziana, lo chignon sfatto su uno scialle stregonesco. Il suo sguardo però diceva dolcezza. E forse rassegnazione. L’affare fu presto concluso.

Tornammo a casa e, mentre preparavo la cena, ti prodigasti a foderare una cesta dove potesse dormire. In realtà prese l’abitudine di accucciarsi ai tuoi piedi, sopra le coperte. Ora, ripensando alla fatica di quei giorni, mi consola il tuo sorriso mentre accarezzavi Amy – questo il nome che volesti per lei. Dopotutto non sono stata una cattiva madre, allora penso.

Simone 2019

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