Senza fine

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Le urla mi svegliano di continuo, un’eco disperata che si perde negli angoli bui della mia stanza. Come al solito sono quasi nell’oscurità più totale. Dalla piccola finestrella si vede sempre e solo buio e qualche stella, unico lembo di vista concesso al sognare. La poca luce che arriva filtra dalle fessure della porta, una luce bianca e fredda che mi fa paura. Non so più da quanto tempo non sento nessuno, ho la sensazione di essere solo, perso nel buio e nel silenzio. Le braccia sono ancora legate, bloccate nella camicia che non riesco a togliermi. Devo trovare un modo per liberarmi, per uscire dalla stanza. Mi avvicino alla porta, una sottile difesa contro la luce che vive dietro di essa. Mi appoggio con una spalla e spingo. Non si muove, ma da la sensazione di fragilità. Potrei sfondarla? Prendo la rincorsa e mi lancio contro. La sento cedere un po’. Riprovo ancora e ancora. Ogni spallata è un tonfo sordo che si perde tra urla incessanti, ricevendo come risposta altri colpi lontani. Improvvisamente la porta cede e io con lei.

Sono disteso sul pavimento, cazzo, la spalla mi fa un male cane! Mi specchio sulla superficie lucida del pavimento, la mia faccia è coperta di sangue; sono svenuto. Per quanto tempo? Mi alzo lentamente, anche la testa mi fa male. Mi trovo in un lungo corridoio, luminoso, bianco, freddo. Lungo le pareti una distesa di porte senza fine. Tutte aperte, come orbite vuote che mi osservano. Odio la luce, questa luce. Avanzo lentamente, stando al centro della corsia.

Non so più da quanto sto camminando. La mia mente si è persa nel ritmo incessante della ripetitività, passo dopo passo dopo passo, porta dopo porta dopo porta. Tutto è uguale, bianco e freddo, cristallizzato nel tempo. Vado sempre avanti ma non vedo una fine. Dove mi trovo? Avanzo lentamente, cercando un qualcosa, un qualsiasi dettaglio che possa essermi familiare. Non trovo nulla. Le urla non smettono mai. Non capisco da dove vengano. Mi sembra di essere solo. Avanzo ancora.

Non sono solo. Una persona sta lentamente avanzando verso di me, zoppica e fatica a mantenere l’equilibrio. Ho paura ma spero possa aiutarmi.

Ora posso vederla meglio, è una ragazza dai capelli neri, fatica a toglierseli dal viso a causa delle braccia bloccate che la costringono a dare con la testa continue frustate all’aria. Finalmente ci incontriamo, ha mezza faccia coperta da un livido nero e gonfio e del sangue rappreso su una gamba. Io non devo essere tanto più bello. Chi sei? Mi risponde che si chiama Paola, era rinchiusa come me e dopo essere uscita ha camminato per tanto tempo prima di incontrarmi. Le racconto anche la mia storia e poi cerchiamo un modo per liberarci. Provo con i denti a slacciare le fibbie che la bloccano. È un lavoro lento e frustrante, continuo a ferirmi le gengive nel farlo. Riesco finalmente a liberarla e poi lei libera me. Che bello poter muovere nuovamente le braccia. Ci controlliamo e fasciamo le ferite; dobbiamo decidere da che parte andare. È solo un lungo corridoio, o da dove sono venuto io o da dove è giunta lei. Ritorniamo da dove sono partito io, riprendendo la lunga e noiosa camminata, ma adesso non sono più solo. Camminiamo incessantemente, in silenzio e vicini. Il tempo torna a perdersi nella ripetitività. Ormai mi aspetto di trovare i segni che ho lasciato uscendo dalla stanza ma non trovo nulla. Continuiamo incessantemente, passo dopo passo, le urla distanti a scandire la nostra marcia. Sembra che stiano chiamando qualcuno ma sono troppo lontane per capire cosa dicono. Siamo stremati, non sappiamo da quanto stiamo andando avanti e le tracce che ho lasciato sono sparite. Dobbiamo riposarci, non riusciamo più a proseguire. Nonostante la paura entriamo in una stanza buia, uguale alle nostre, ci abbracciamo a letto e ci addormentiamo.

Le urla mi svegliano nell’oscurità più totale. Cerco Paola ma non c’è più. Provo o chiamarla, l’unica risposta che ottengo sono le continue urla distanti. La poca luce che arriva filtra dalle fessure della porta. Non mi ricordo di averla chiusa. Provo ad aprirla ma è bloccata. So esattamente cosa fare ed inizio il mio lavoro. Con le braccia libere il lavoro è più semplice e mi bastano pochi colpi per farmi strada ed uscire. In corridoio chiamo Paola, urlando il suo nome. Da che parte vado? Riprendo la direzione da cui eravamo arrivati, urlando di tanto in tanto il nome di lei.

Ancora una volta non so più da quanto sto camminando. La mia mente è persa di nuovo nel ritmo incessante della ripetitività, passo dopo passo dopo passo, porta dopo porta dopo porta. Tutto è sempre uguale, bianco e freddo, cristallizzato nel tempo. Vado avanti ma non vedo una fine. Dove mi trovo? Ho sicuramente camminato per chilometri, decine di chilometri ed ancora tutto è uguale, infinito. Non so quanto tempo sia passato, finalmente ritrovo Paola. La sua faccia non è più ferita e cammina normalmente, mi accorgo che anche la mia faccia adesso sta bene. Siamo entrambi guariti. Per quanto abbiamo dormito? Questa volta riprendiamo la camminata verso la stanza di Paola, facendo congetture sul posto dove ci troviamo e cercando di capire come fare per non perderci più. E soprattutto di chi sono le grida. Continuiamo incessantemente, passo dopo passo, con le urla distanti a scandire la nostra marcia. Ancora una volta siamo stremati, ipnotizzati dal continuo camminare e dal posto sempre uguale. Entriamo in una stanza per riposarci, questa volta a turno. Non vogliamo rischiare di separarci ancora una volta.

            Il tempo in questo posto è ipnotico, cerca continuamente di farti perdere. Dopo un po’ di tempo sveglio Paola e mi addormento io. Mi risveglio con Paola che mi scuote, ha trovato un modo per non perderci più. Le chiedo per quanto ho dormito e lei mi risponde che ha aspettato il più possibile per svegliarmi. Non mi ha risposto, sono troppo curioso. La sua idea è fare a brandelli le coperte nelle stanze, legarle insieme e, mano a mano che proseguiamo, lasciarle dietro di noi. Una sorta di filo di Arianna moderno. La sua idea mi piace, anche perchè è l’unica, e ci mettiamo subito all’opera. Solo con questa coperta abbiamo fatto un filo molto lungo, lo leghiamo ad una gamba del letto e riprendiamo il nostro cammino, svolgendolo mentre proseguiamo ed entrando nelle altre stanze a prendere nuove coperte per costruire il nostro filo. Il cammino in questo modo è molto lento, ma almeno vediamo la strada che stiamo percorrendo. Il lavoro prosegue incessante fino a quando, entrando in una stanza, non trovo più nulla. È vuota. Controllo quelle vicine. Sono tutte vuote. Il nostro filo è quasi finito e non c’è più nulla con cui farne ancora. Proviamo a tornare un po’ indietro, anche lì è sparito tutto. Ora le stanze sono completamente vuote. Decidiamo di tornare indietro seguendo il filo.

            Non so più da quanto stiamo camminando. La mente si è persa nel ritmo incessante della ripetitività, passo dopo passo dopo passo, porta dopo porta dopo porta, nodo dopo nodo dopo nodo, seguendo la nostra linea sfilacciata. Tutto è uguale, bianco e freddo, cristallizzato nel tempo. Andiamo sempre avanti ma non vediamo l’inizio del nostro filo. Ormai siamo sicuri di star camminando più di quanto non avessimo fatto prima. Molto di più. Ora anche il filo sembra non finire mai, mentre le stanze rimangono sempre vuote. Ci fermiamo, ancora una volta stremati, indecisi su cosa fare. Dobbiamo riposarci nonostante la nostra paura. Questa volta ci distendiamo in corridoio, io dormo e Paola fa la guardia.

Apro gli occhi e vedo Paola vicino a me che dorme. Non ci hanno separati, bene. Forse potremmo dormire più sereni la prossima volta. Cerco di ricordare come sono finito qui ma i ricordi non ci sono, non li trovo. Nella mia memoria c’è solo un lungo tunnel bianco con un’infinità di porte aperte ai suoi lati. Ad un tratto mi viene in mente una domanda, è incredibile che non mi sia giunta molto prima: perchè non ho fame? Sveglio Paola e lo chiedo anche a lei, ma la sua risposta è come la mia: non lo sa.

Riprendiamo ad avanzare senza più preoccuarci in che direzione muoverci. E le urla non smettono mai, un continuo lamento senza fine. Improvvisamente, dietro di noi, le luci iniziano a spegnersi, appena più veloci del nostro camminare, costringendoci ad accelerare sempre di più, fino a correre disperati, a scappare da quel buio solido, diverso da qualsiasi altro mai visto. Ma siamo troppo stanchi e poco dopo crolliamo a terra entrambi, mentre l’oscurità si riversa su di noi.

Le urla mi svegliano di continuo, un’eco disperata che si perde negli angoli bui della mia stanza. Come sono finito quì? C’è una piccola finestrella da cui si vede solo buio e qualche stella. La poca luce che arriva filtra dalle fessure della porta, una luce bianca e fredda, che mi fa paura. Ho le braccia legate, bloccate in una camicia che non riesco a togliermi. Devo trovare un modo per liberarmi. Devo provare a uscire dalla stanza. Mi avvicino alla porta ma è un solido blocco metallico; cazzo, è impossibile sfondarla! Non so cosa fare, sono bloccato qui. Provo a chiedere aiuto a voce sempre più alta, nella speranza che qualcuno possa sentirmi. Non so come mai, ma dentro di me so di non essere solo.

Francesco Gonella – 2019

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