Qui-è-l’aeternaaestate

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Nota: ”SECONDO FIGLIO DI ORWELL”: così noi de LaLupAlata categorizziamo i lavori di Manù il G.V. basati su annotazioni e bozze dei corsi di scrittura creativa ad Accademia Orwell che seguì in gioventù, si veda https://www.unamodestaproposta.it/2018/10/07/e-lultimo-tuo-ballo-sta-scritto-e-per-me-pt1-pt-2/

Aladina viaggia in tondo nel buio senza una meta, le sembra molto tempo fa che una ne aveva, ormai sa che si è perduta.

I maledetti nomi dei luoghi le erano tutti uguali: metà della lunga notte l’ha girata da pianure a montagne e da montagne a pianure con la rabbia di non riuscire a farcela come sua sola passeggera, quindi ha mancato l’appuntamento, ha delusi tutti e sé.

Disgustata sta tornando indietro ora. Disgustata si rifugia nella sua calda stanza.

Accende il ventilatore e guarda di sotto: radi insetti impazziscono intorno ai lampioni arancioni, paiono braci sprigionate dal fuoco; alcune in un batter d’occhio si son spente nelle ombre, o è un’ombra, rapida e cieca, che fora il cono di luce al sodio, e ingoia una scintilla roteante.

Ma, con l’estate, di ‘ste ombre ormai Widecreek n’è sempre più privo. Dalla sua finestra sopra i tetti la memoria di Aladina s’invola al Bambino, che alle sere di questi altri giorni s’affascinava al contare, al loro decollo dal sottotetto di casa, «quanti pipistrelli?» si sparavano come semi scuri tra le prime timide stelle.

Nel riapparirle le fette di quelle grandi angurie che le donavo, e che quel bimbo mangiava da nonna nel pomeriggio – il rosso acquoso e dolce, ma disseminato di semi scuri (fastidiosi), da fare a gara a chi li sputa più lontano – ecco fulminea la strana Considerazione: nel tempo, quante ne ha viste questo suo letto? (Ci si era buttata, a braccia larghe, ne aspira col naso l’odore).

Sogni vi si allungano sopra già da diciannove anni: hanno fatto piano, ma inesorabilmente.

Torna a due settimane fa: i suoi andarono ad Aquileia da nonno Mario e lei portò Teo a stare lì, e dieci giorni vissero insieme in una vacanza lontana da tutto: rimanendo a Widecreek, ma trovando quiete e divertimento in quel loro “Loro”.

«E qui sopra non pesai più io sola, letto ci sentisti insieme. È questo l’altare dove la mia curiosità versò in vertigini dolceamare? È qui che mi persi e mi ritrovai tra gemiti compiuta?» tradussi da quella fronte ombrosa. Le piacque, lì dove la sua femminilità venne incoronata. Dove accadde quel che accadde.

Fluendo in quei pensieri un po’ del disagio che l’angustiava per la sconfitta di poco fa le era scivolato via, e doveva riposare adesso prima di rimettersi alla guida fra qualche ora, ma era alla casa al mare dell’amica Mia che se ne andava: cambiava aria. S’alzò, tolse i vestiti, prima di ributtarsi a letto spense il ventilatore e non guastai, mentre la notte scoloriva, il suo fresco sonno, perché per ultimo Aladina chiuse la finestra impedendomi di entrare.

Lei e Mia si trovarono alla piazza centrale di D’Argò come d’accordo, erano felici, non si vedevano da un paio di mesi. I convenevoli vennero consumati al tavolino esterno di un bar di conoscenza dell’amica, dove servono il “pallone”: in bicchieri rotondi come bocce per pesci vino rosso («scadente ovviamente» a sentire Mia) allungato con acqua; il tutto ad 1 euro, questo il motivo del basso giudizio qualitativo da parte dell’amica ma, sempre a parer suo, con un numero nemmeno così elevato di palloni – quindi un investimento modestissimo – una leggera sbornia è assicurata, e tanto bastava a Mia.

S’avviano verso la casa (che in realtà è della zia dell’amica, al sud per lavoro) e Aladina si scopre curiosa come quando era una bimbetta di vedere com’essa sia, forse dati anche i due palloni e mezzo bevuti.

Essa si rivelò un appartamento al secondo piano di un condominio: piccolo ma carino, predominavano il nocciola e il beige, attrezzato del minimo essenziale eccetto che le pareti la credenza e il tavolino del soggiorno fitti di chincaglieria; Aladina era attratta dal kitsch, ne aveva scritta pure un’ode.

«Abbiamo tempo per una doccia e stasera c’è festa in un locale in spiaggia.» Sentii parlare Mia, io le avrei attese già là.

Adora la strada per D’Argò: di colpo l’asfalto fila nel caldo vento (il re di quelle piane d’oro spiegate al sole) che irrompe nell’abitacolo e cavalca la capigliatura – odori marini sprizzano dagli zoccoli sfrenati dei cavalli. E lì Zerzelte, l’angulus ridet suo e di nessun’altro: risente le urla che addolcirono quel sibilo al salso: quei bimbi che giocavano in piazza… Pensa a Teo, a lei, al suo letto: chiude la doccia, esce.

Avvolta in un asciugamano va di fuori sul terrazzo, si siede e poggia al muro: un torpore, una sonnolenza, mentre dagli alberi astanti improvviso esce un immenso grattugiare intensissimamente, si leva come da innumerevoli penne a scatto il cliccare delle loro cime, insieme a scie di biciclette in giù e in fuori sciabolando a ruota libera cricchettii infiniti; c’è unicamente tutto questo.

Niente mura, niente macchina di Mia, niente giardinetti niente siepi niente niente il pianerottolo, niente che si può più vedere, solo ‘sto stridore, tutto ciò che c’è viene sbranato dal suono della cicala.

E Aladina oblìa la sofferenza e si fonde con esso.

Eccola ricomparire dallo sfondo, tralasciati ormai tutti i pensieri che magari avrebbe dovuto appuntare – e magari con spilloni come insetti su pannelli; ha mollato i guinzagli che aveva stretti e loro se ne vanno e da lei non riuscirò mai a farmeli rivelare neanche sotto tortura, li intercetterà qualcun altro.

Qual è il senso dei luoghi?” impose alla sensibilità di Aladina quel dialogo tra Mia (che partì per la tangente) e un ottuagenario che si sedette – possiamo ben dire senza invito ma pure senza molestia – tra loro al bancone del locale in festa mentre era la seicentonovemilacentottantacinquesima volta che la pietra della chiesa antica lì affianco brillava, quando feci passare il mio lume; festa quella che le pare distantissima ora rimuginando sulla spiaggia scura poco di sotto.

Aladina si ritrova a parlarne inevitabilmente adesso che anche l’amica si è allontanata dalla caotica movida: «Ormai è fatta Mia, cerco di non pensarci molto.»

«Ma è andato tutto bene?»

«Sì sì.»

«Teo?»

«È stato bravo, mi è rimasto vicino.»

«Son felice che è andato tutto a posto, dai, vieni qui. Bevi qualcos’altro?»

«Certo.»

«Andiamo!»

Aladina era molto bella, ci ballai tutta la notte, anche se non mi può sentire. Attraverso le musiche i drink i corpi le luci ho chiamato il giorno e lei non si è persa un istante di me.

Ha lasciato Mia addormentata sulla spiaggia, cammina verso l’acqua. Si volge, sorride.

Aladina guarda l’orizzonte.

Sento con la sabbia che le sostiene i piedi nudi che ora ha capito un po’ di più il vuoto nel suo ventre. Dà libertà, è beffardo: com’è il mio cielo sopra al mare questa mattina.

Manù il G.V. – 2019

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