Sul treno per Truro

tempo di lettura: 8 minuti

Il tuo peccato, il tuo peccato, non c’è redenzione, non c’è salvezza.

Le parole sussurrate dalla vecchia cornacchia stavano trascinando Hugo in un sonno inquieto, al quale con fatica cercava di opporre resistenza. L’aria soffocante dello scompartimento di prima classe e lo sferragliare monotono del treno non lo aiutavano a combattere la sua battaglia, e nemmeno il suo compagno di viaggio, un avvocato di Exeter salito a Reading, sembrava intenzionato a venire in suo soccorso, preso com’era dalle sue scartoffie. La vecchia vedova austera era salita a Newbury, arroccata all’interno di un’inaccessibile abbondanza di neri pizzi inamidati, e aveva subito imposto che il finestrino fosse serrato. Si era poi ritirata in quella lettura a mezza voce di un libro che sembrava avere molto a che fare con la Damnatio Aeterna.

Nonostante l’aria densa e polverosa gli gravasse sulla testa e sugli occhi e le parole della vecchia sembrassero rivolte a lui, Hugo non si sentiva tuttavia costretto in una condizione completamente negativa. Nel suo scompartimento nessuno sembrava interessato ad intrattenersi in una noiosa conversazione, che si sarebbe inevitabilemente risolta nel prevedibile assortimento di luoghi comuni  con cui ci si confidava fra sconosciuti, e lui non sarebbe stato costretto ad esibirsi nella sua versione cortese e affabile. Sarebbe comunque arrivato presto a Truro e, anche se il mormorio minaccioso della donna non sembrava foriero di sogni particolarmente sereni, se non fosse riuscito a resistere al richiamo di Morfeo almeno il viaggio sarebbe sembrato più breve.

Le palpebre gli si chiusero e nella sua testa comparvero il mare verde e spumoso e il cielo smaltato d’azzurro che lo aspettavano al suo arrivo a casa di Eleonor. Sentiva il vento che gli arruffava i capelli e la sabbia calda e scricchiolante sotto i piedi. E poi vide Vera. Lo chiamava tendendo verso di lui le braccia forti e muscolose. I suoi occhi verde foglia lo fissavano freddi e misteriosi e dalle sue labbra sottili cadevano parole che venivano portate via dal vento prima che lui le potesse sentire. Si avvicinò a lei per capire cosa gli stesse dicendo e aspirò il suo profumo intenso di limoni e salsedine.

«Il tuo peccato, il tuo peccato, non c’è redenzione, non c’è salvezza. Lascia che porti io il tuo peccato e che ti renda libero.»

Si ridestò di colpo ad uno scossone del treno e i suoi occhi incrociarono lo sguardo di fredda condanna della vedova. Sentì che la donna aveva letto in fondo alla sua anima e aveva scoperto cosa vi teneva nascosto, e ora aveva emesso il suo giudizio senza possibilità di appello.

La vecchia tornò alle sue letture, borbottando qualcosa in merito ai giovani nevrili che si agitano per la più piccola sciocchezza. Respirò a fondo, mentre il caldo gli si stringeva sempre più intorno alla testa. Guardò fuori dal finestrino e vide le verdi colline del Somerset sfilargli davanti agli occhi, e lentamente recuperò il controllo di sé. I prati e le macchie di alberi correvano veloci in direzione opposta alla loro. Nessuno poteva sapere cosa nascondeva in fondo a se stesso, e non poteva sentirsi colpevole per qualcosa che una piccola parte di sé aveva desiderato anche contro la sua stessa volontà. Solo Vera era riuscita a leggergli dentro così a fondo da sentire quel suo desiderio impronunciabile, e non lo aveva giudicato. Anzi, aveva capito. Se non ne parli e non fai niente non è peccato. E lui non ne aveva mai parlato. Pensò a Eleonor. Il giorno prima gli era arrivata la sua ultima lettera, piena delle solite banalità, su quanto fosse bello il mare della Cornovaglia, e il giardino più rigoglioso che mai, e tutte le solite cose che si facevano in villeggiatura. Gli aveva poi raccontato dell’ultima impresa di Cyril, di come fosse riuscito a superare la sua paura delle onde e a nuotare dalla spiaggia fino ai grossi scogli che si vedevano anche dalla veranda della loro casa. Se l’era immaginato, suo nipote, con il corpicino magro e abbronzato e il volto spruzzato di lentiggini, che urlava di gioia sopra lo scoglio orgoglioso della sua piccola vittoria. Aveva sorriso a quel pensiero, pregustando già le corse e le nuotate che ora avrebbero potuto fare insieme. Quel bambino riusciva sempre a renderlo allegro. E certo non era colpa di Cyril l’essere nato.

Nella lettera sua cognata aveva ovviamente specificato che i progressi di Cyril nel nuoto erano merito della signorina Claythorne. Quel modo formale di parlare di Vera era quasi ironico da parte di Eleonor. Hugo sapeva che la donna aveva intuito la loro reciproca simpatia, e quando lui le raggiungeva Eleonor riusciva sempre a creare qualche piccola occasione perché potesse stare da solo con Vera. Era anzi certo che, nonostante tutte le convezioni sociali fossero loro contro, se glielo avesse chiesto Eleonor li avrebbe sostenuti e avrebbe perorato con forza la loro causa anche presso suo fratello Maxwell. Sapeva però che questo non sarebbe mai stato necessario. Maxwell e tutto il resto del mondo avevano ragione: sposare un’istitutrice era un capriccio che un figlio cadetto non poteva permettersi. Per pochi mesi aveva assaggiato quella libertà che gli avrebbe anche permesso di assecondare un simile colpo di testa, quando Maurice, il suo primo nipote, era morto improvvisamente. Aveva visto Eleonor prostrata dal dolore e persino Maxwell, il freddo e controllato Maxwell, per qualche giorno era sembrato vacillare sotto quel colpo inaspettato. Hugo era stato addirittura testimone dei goffi tentativi di suo fratello di mostrare un po’ di tenerezza nei confronti della moglie ma aveva resistito poco, e dopo meno di una settimana si era rifugiato nel suo lavoro. Eleonor aveva accettato di doversi fare carico del dolore di entrambi ma, comunque preoccupata per Maxwell, aveva chiesto a Hugo di andare a trovarlo in ufficio, per assicurarsi che stesse bene. Al vederlo suo fratello aveva reagito stizzito. Certo che andava tutto bene, e se avessero preso anche loro due esempio da lui, trovandosi qualcosa da fare, sarebbero stati tutti meglio. In quel momento Hugo aveva sentito di odiare profondamente il fratello. Lui aveva sempre avuto tutto ciò che avrebbe reso felice chiunque ma anche in un momento come quello sembrava incapace di apprezzarlo. Eppure non si era guadagnato nulla, non c’era alcun merito nel nascere primogenito. Era stata solo fortuna. E se anche lui ora avesse avuto un po’ di quella fortuna avrebbe potuto avere tutto quello che suo fratello dava per scontato. Era sufficiente che non nascesse un altro figlio maschio.

E invece era nato Cyril. Era stata l’unica debolezza che aveva confidato a Vera, quella speranza, custodita per pochi mesi, che la nascita di una bambina lo liberasse dalla sua condizione.

Il tuo peccato, il tuo peccato, non c’è redenzione, non c’è salvezza.

Non aveva detto altro ma Vera aveva capito quello che Hugo non aveva nemmeno il coraggio di pensare.

Lo farò io per te.

Era stato l’estate scorsa, una sera in cui camminavano sulla spiaggia, con la luna che disegnava una strada di luce fredda sulla superficie del mare. Eleonor aveva assunto da poco Vera come istitutrice, e Hugo era rimasto subito colpito da quella donna di una bellezza così fredda e dura che sembrava scolpita nel marmo. Si era subito mostrata ferma e pragmatica, proprio la personalità che serviva per compensare l’eccessiva morbidezza di Eleonor nei confronti di Cyril. Maxwell le rimproverava spesso di viziarlo troppo, sicuramente l’aiuto di Vera Claythorne avrebbe evitato che suo figlio crescesse molle di carattere. Hugo si era accorto subito che suo fratello era rimasto affascinato dalla personalità maschile dell’istitutrice, e più di una volta lo aveva colto mentre osservava Vera. Lo sguardo di Maxwell indugiava appena più di quanto fosse lecito sulle gambe solide e tornite della donna o sulla linea levigata della nuca, gli occhi offuscati di un desiderio che Hugo pensava non fosse nemmeno in grado di provare. Se Vera si era accorta di quell’interesse inopportuno era stata brava a non farlo notare, mantenendosi sempre distaccata e professionale.

Poi era successo. Era stato tutto così naturale che quasi non se ne erano accorti. Si erano ritrovati più di una volta da soli dopo cena. Cyril era a letto da ore, Eleonor aveva l’abitudine di ritirarsi presto e Maxwell raramente rimaneva al mare più di qualche giorno, incapace com’era di lasciare in mano ad altri i suoi affari a Londra. E così si erano ritrovati a parlare, a conoscersi, a prendere sempre più confidenza l’una dell’altro, mentre passeggiavano vicini in giardino o sul bagnasciuga in un modo che a Londra non sarebbe stato possibile.

Sebbene sembrassero così diversi di carattere avevano tanto in comune: la stessa passione per la vita, la stessa ambizione, la stessa insoddisfazione. Era tristemente ironica la condizione che si era venuta a creare. Hugo sapeva che se fosse stato lui il primogenito, o se Maxwell e Eleonor non avessero avuto eredi maschi, non avrebbe mai notato Vera e probabilmente sarebbe già stato sposato con una donna più adatta alla sua posizione. Nella sua reale situazione, invece, sebbene avesse la libertà di conoscere una donna come Vera, non era tuttavia libero di dare spazio ai propri sentimenti. Senza risorse e senza una posizione non avrebbe potuto garantire ad entrambi un futuro adeguato.

E così quella sera in riva al mare gliel’aveva detto. Se non fosse nato Cyril, se Eleonor avesse avuto una bambina, avrebbero potuto sposarsi, ma così era impossibile. Vera lo aveva ascoltato in silenzio, impassibile, e poi aveva detto quelle parole.

Ucciderò Cyril per te.

Il rumore del mare aveva coperto la voce di Vera, Hugo non era sicuro di aver sentito bene.

«Che cosa hai detto?»

Lei lo aveva guardato sorridendo. Non poteva aver detto davvero quelle parole. Hugo aveva sentito un desiderio incontenibile e senza rendersene conto l’aveva abbracciata con forza, stringendola per sentire i loro corpi vicini, per poterla tenere a sé almeno per un momento.

«Ti amo Vera, ti amo. Lo sai che ti amo?»

Il tuo peccato, il tuo peccato, non c’è redenzione, non c’è salvezza. Lascia che porti io il tuo peccato e che ti renda libero. Ucciderò Cyril per te.

Perso nei suo pensieri non si era accorto che erano arrivati alla stazione di Exeter. Entrambi i suoi compagni di viaggio erano arrivati a destinazione. La vedova aveva chiesto all’avvocato di aiutarla con la borsa. L’uomo non sembrava particolarmente entusiasta ma non aveva avuto il coraggio di rifiutarsi e chiamarle un fattorino. Lo salutarono e mentre uscivano dallo scompartimento Hugo percepì di nuovo su di sé lo sguardo di condanna della vecchia.

Il treno ripartì. Hugo non aveva colpe. Non aveva mai chiesto niente a Vera, era stato chiaro sul fatto che non potevano sposarsi. E Vera non aveva detto davvero quelle parole. Non avrebbe mai fatto del male a Cyril.

Ripensò alla lettera di Eleonor, nella quale la cognata gli chiedeva di convincere Maxwell a partire con lui. A Cyril mancava tanto il padre. Sarebbe rimasta nuovamente delusa, Maxwell aveva come sempre affari urgenti da sbrigare. Forse la settimana successiva o quella dopo ancora li avrebbe raggiunti per qualche giorno.

Riaprì il finestrino e fece entrare l’aria fresca. Il vento gli portava già il profumo del mare. Ancora poche ore e sarebbe arrivato a Truro. Avrebbe rivisto presto Vera.

Alice FK – 2019

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4 thoughts on “Sul treno per Truro

    1. Ciao Marco,
      grazie per averci letto grazie per il tuo apprezzamento, fin troppo generoso.

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