Il fiume vive

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Ora che sono in pace, vi racconterò della gente del grande cerchio e della notte in cui diventammo acqua di fiume, della nostra famiglia sconfinata che vinse la morte e dell’armonia che provavamo a fluttuare tra gli alberi e a parlare con gli animali.

Quando ripenso alla mia vita, il ricordo più bello è l’odore della neve. Nel momento preciso in cui arrivava quel profumo nell’aria, quella sensazione, era come se mi passasse a fianco qualche spirito antico, che mi soffiava dolcemente sul naso e d’un tratto rabbrividivo, sorpreso da una freschezza acuta e allo stesso tempo rigonfia, densa. Dentro la mia fronte, proprio sopra gli occhi, appariva l’immagine della radura bianca ed immensa.

La prima volta la neve arrivò di notte, di sorpresa, ricoprendo l’accampamento invernale. L’alba mi colse avvolto nel tepore della pelliccia di bisonte, ma questa volta vi era troppo silenzio intorno, persino lo scoppiettare del fuoco al mio fianco appariva soffuso, distante. Probabilmente emisi un vagito perché mia madre mi raccolse rapida tra le braccia, stringendomi a sé. Sorrise, mentre i riflessi rossastri del fuoco danzavano sul suo volto. Quindi si alzò in piedi e ci dirigemmo verso l’uscita del tepee. Quando spostò la pelle che chiudeva la tenda ecco quella sensazione, quella freschezza nuova e rigonfia. La temperatura cambiò di colpo e ricordo con chiarezza il brivido che percorse il mio corpo nell’abituarsi al nuovo ambiente. Mi stropicciai gli occhi, e questo me lo raccontò mia madre perché io poi l’ho scordato, spalancai la bocca in una smorfia di stupore mentre aprivo e chiudevo convulsamente le piccole mani. Sobbalzavo tra le braccia di mia madre e lei, questo lo ricordo, rideva dolcemente. La radura pianeggiante fino alla chiusura dei boschi nel fondo della vallata, quello spazio per me enorme che fino al giorno anteriore era giallo, bruno e con qualche macchia verdastra che ancora resisteva alla pressione dell’inverno, appariva ora candido, coperto da un bianco diafano sotto la luce tenue del mattino. Tutto era immobile.

Nel mezzo di quel paesaggio silente, si materializzò una figura scura. Un uomo anziano, riparato da una folta pelliccia, uscì dal bosco antistante e ci venne incontro, facendo crepitare la coltre spessa sotto il suo passo deciso. Era Lupo Lontano, mio nonno. Ricordo i suoi occhi, lucidi per il freddo, che si fissarono nei miei, la pelle gelida e ruvida della sua mano che mi accarezzò il volto. Fu la prima volta che lo vidi e quando mi toccò, compresi che il nostro destino era di morire assieme. Negli anni a venire, quando ero ormai un giovane della tribù, avevo mangiato il fuoco ed ero divenuto colui che chiamavano Moscardino Rispettoso, il primo odore della neve mi riportava a quel momento, a quel primo incontro con mio nonno.

Lupo Lontano, quando nacqui, era già quasi pronto per entrare nel regno del grande spirito. Ogni giorno al calar del sole saliva sulla collina o, se si stava nel campo invernale, si dirigeva alla radura in mezzo al bosco. Lì si sdraiava sull’erba o sulla neve, aspettando di morire.

Il suo nome aveva origini antiche. Nel tempo in cui stava ascendendo da giovane della tribù a guerriero, si era distinto per le straordinarie qualità del suo udito. Era così acuto da poter sondare lo spazio a grandi distanze, identificando suoni e rumori ed avvertendo pericoli che i suoi compagni di spedizione o di caccia non erano in grado di percepire. Più di un anziano della tribù mi raccontò dei momenti in cui, nel mezzo di una battuta di caccia o di una perlustrazione, mio nonno improvvisamente si fermava e rimaneva d’un tratto paralizzato sul suo cavallo o parato in piedi come una statua. Gli occhi fissi davanti a lui, persi nel vuoto, gli si rigiravano dentro al cranio e mostravano il bianco, infine il bianco si faceva verde, prima soffuso, poi sempre più brillante.

Tutti i guerrieri si fermavano e si sedevano in cerchio, attorno a lui. Dovevano fermarsi ed attendere, anche solo qualche istante, ed avrebbero saputo. Lupo Lontano non era più con loro ma si trovava in luoghi sconosciuti, si diceva che stesse dialogando con gli alberi, con gli animali o anche con la montagna stessa, attendendo paziente un messaggio. Quando ritornava non ricordava dove fosse stato, ma sapeva cosa doveva dire. Il corpo si scioglieva, il nonno muoveva le spalle lentamente e gli occhi riprendevano il loro colore marrone, osservava il primo compagno al suo fianco e lo informava di ciò che aveva udito, o forse addirittura visto: un puma che si avvicinava minaccioso, una pista di bisonti lontana, una fonte d’acqua nascosta o qualche carovana di uomini bianchi in avvicinamento.

Con il passare degli anni si iniziò a dire che mio nonno avesse perso i suoi poteri. Ma io so che non era vero.

Lo so perché in quell’imbrunire d’estate, sotto la luna timida che macchiava la coperta scura del cielo, la notte in cui la tribù venne cancellata della terra che si tocca, mio nonno aveva udito tutto, li aveva visti arrivare, ma non poté fare nulla per salvare il nostro popolo.

Io ricordo.

Eravamo su di una piccola altura che dominava il campo estivo, la notte era ormai padrona e sotto di noi i dodici fuochi brillavano, dando una lieve forma ai tepee e ai cavalli che ancora si aggiravano per il campo. Il silenzio era quasi dominante, tranne quando il vento portava verso di noi lo scrosciare lieve del fiume vicino. Avevamo smesso di parlare da qualche tempo e stavamo ormai zitti, con gli occhi chiusi. Anche quella notte mio nonno stava concentrato, ad attendere la sua morte. Seduto al suo fianco, meditavo su ciò che il giorno mi aveva portato e sulle mie preoccupazioni. I bisonti quell’estate si erano tenuti lontani dal campo e i guerrieri erano dovuti partire al loro inseguimento allontanandosi di parecchio, erano assenti da ormai tre giorni.

Gli anziani reggevano ora completamente la legge e mio nonno, uno dei più vecchi tra la nostra gente, aveva in sé la responsabilità maggiore: occuparsi dell’educazione dei nuovi aspiranti guerrieri. Aveva per me un occhio di riguardo e mi permetteva di accompagnarlo nella sua meditazione, ascoltare i suoi discorsi. A volte mi rivolgeva domande e mi permetteva di opinare. Mi sentivo fortunato a poter imparare da lui la complessa arte del ragionamento, del risolvere problemi e dell’attesa. Sapevo che rappresentava la base per diventare un giorno un buon capo tribù.

Dopo qualche tempo passato a ragionare, cercai di rilassarmi e cominciai a respirare a fondo per calmare i pensieri concentrandomi sui rumori attorno, i suoni degli animali e delle acque in lontananza. Sentivo come il mio corpo divenisse, con il passare del tempo, sempre più leggero, non più formato da carne ed ossa con il loro contenuto fibroso e pesante, ma di altra materia. Percepivo la mia carne come fosse composta del legno concavo degli alberi scavati dalle formiche, poi d’acqua di sorgente spumosa che scivolava gorgogliando tra le rocce e infine, d’aria, umida prima e quindi definitivamente secca. Aria che ruotava dentro e poi fuori e intorno a me.

Ecco che ero fuori di me e mi osservavo. Non era mai accaduto prima e mi spaventai. Ebbi paura ma allo stesso tempo notavo incuriosito come il mio corpo non si muovesse, non reagisse allo spavento. Volavo attorno e lo vedevo immobile, seduto, gli occhi chiusi, le braccia rilassate a sfiorare l’erba, le gambe distese. Allora mi tranquillizzai. Il nonno giaceva al mio fianco, nella stessa posizione, ma il suo spirito non era con me e immaginai che forse non era ancora uscito dal corpo. Mi misi ad attenderlo con calma ma dopo pochi istanti capii che non sarebbe arrivato presto. L’osservai attentamente e mi resi conto che era come di pietra, con gli occhi di un verde smeraldo risplendente e che il suo spirito era già uscito, molto prima del mio, ed era già distante, ad ascoltare ed osservare. Immaginai che qualcosa l’avesse richiamato. Decisi di cercarlo e fluttuai sulle tende e sul fiume intorno al campo, sorvolai la collina osservando intorno acutamente ma mio nonno non si trovava. Era evidentemente già arrivato in luoghi ai quali alla mia anima non era ancora permesso di avvicinarsi. Mi sentii solo, temetti per il mio corpo e per quello di mio nonno, abbandonati sulla collina come sassi vuoti e quindi mi diressi verso di loro. E fu tutta una sensazione intensa, di ritorno questa volta. Sentii che l’anima da vento impetuoso ritornava brezza leggera, quindi acqua scrosciante e di nuovo corteccia d’albero e infine, con un respiro ansimante, definitivamente osso, e carne fibrosa e corpo.

Aprii gli occhi, ero tornato.

L’accampamento brillava sotto di me sferzato dalla luce dei dodici fuochi e ciò che potevo vedere ora era solo ciò che vi era intorno. Girai il capo e osservai il nonno al mio fianco e i suoi occhi di quel verde smeraldo intenso, brillante, persistente. Era ancora lontano, chissà dove, vedendo cosa. Scossi le braccia, raccolsi e incrociai le gambe, respirai a fondo e mi misi in ascolto. Tutto appariva quieto nel ventre della prateria, una brezza leggera soffiava da est portandomi le risa di alcuni bambini e delle loro madri, ma poi, d’un tratto, tutto fu muto. Un’assenza di suoni improvvisa, la natura intorno quietata di colpo, come coperta di neve. Inattesa, giunse quella sensazione cattiva che saliva dallo stomaco e riempiva il petto.

Mi girai verso il nonno e notai che i suoi occhi erano ora scuri, non più smeraldini, era tornato. Il suo corpo tremava, ma non di freddo.

Mi avvicinai a quell’uomo vecchio ed immobile e mi sedetti davanti a lui, quasi viso contro viso, gli presi la testa nelle mani e palpai con le dita le rughe spesse ed antiche. I suoi occhi non mi guardavano, erano vuoti. Delle lacrime, prima quasi impercettibili poi sempre più acquose iniziarono a formarglisi sul bianco e quindi, come spinte fuori dalla testa, sgorgarono copiose a rigare le guance costellate di peli grigiastri. Era la prima volta che lo vedevo piangere e l’istinto mi ordinò di parlargli, di scuoterlo da quella condizione, ma non ne ebbi il tempo. Quel rumore in lontananza mi distrasse e la parola, ormai pronta a schizzare oltre le labbra sospinta dalla lingua, ricadde dentro il mio petto. Lasciai il vecchio e porsi le orecchie al vento. Era un brusio, come sciame d’api attorno all’alveare, che aumentava attimo dopo attimo e presto divenne un rombo, un rumore acuto e poi basso a tratti, con dei fischi, dei brevi tuoni. Mi concentrai e compresi che si trattava di una melodia che non si udiva dalle nostre parti, un suono cavalcante, sempre più elevato, fatto con fiati ed energie che non erano della mia gente, ma che appartenevano ad altri esseri. E quindi la luce venne a rischiarare i miei pensieri ed arrivò la tragica certezza. Era una musica di uomini bianchi.

Non so perché non mi misi a correre. Fu immediato, cercai di mettere in pratica ciò che avevo appreso. Mi sedetti sull’erba fresca, lasciai andare le gambe e le braccia e cercai di rilassarmi ma il mio cuore, ormai agitato, non me lo permise. I nervi erano tesi nelle braccia, il respiro corto e provai allora a chiudere gli occhi. Dopo pochi istanti li riaprii ma vidi che ero ancora lì. Li chiusi nuovamente e li riaprii, niente. E infine una terza volta. Chiusi, aperti. Mi ritrovai ancora lì. Non potevo più uscire dal mio corpo per volare intorno a osservare. Mi girai allora verso il nonno e vidi che il vecchio giaceva ancora immobile come l’avevo lasciato, con gli occhi sbarrati, vigili, rigati dalla tristezza. E quella musica non era più lontana ormai, ma sempre più forte, appena oltre il fiume, ancora inghiottita dalla notte, ma sempre più vicina, sempre più forte, cavalcante. Ed ai suoni dei fiati si unirono grida e lampi e le grida divennero urla e sibili. Era come una grande tempesta che avanzava a sconvolgere la prateria.

Chiamai mio nonno, mi avvicinai e lo strattonai, chiesi che cosa sentisse, che cosa vedesse e se stavo sognando. Mio nonno scosse il capo, i suoi occhi tornarono vivi, mi guardò e mi rispose. Mi disse sì, che stavamo sognando e che presto sarebbe passato ma lo disse piangendo e mi accarezzò le guance con le dita nodose, come in quella gelida mattina di molti anni prima.

Lupo Lontano rimase sulla collina, immobile, rinunciando a tutto ciò che quando era guerriero, ancora giovane, avrebbe fatto. La sconfitta lo avvolse e capì che il suo giorno era arrivato e che quella notte sarebbe entrato nel regno del grande spirito. Ma io ero troppo giovane per non correre e scivolai come i coyotes sul fianco della collina, raggiungendo il centro dell’accampamento. La gente in ascolto, spaventata, parlava timidamente, confusa, assonnata mentre spalancava le bocche dei tepee uscendo sulla terra polverosa della prateria. L’aria iniziò a risuonare, sempre più vibrante e la terra prese a muoversi, a vibrare e ora tremava, sobbalzava e da essa stessa risaliva un rombo che rimuoveva le interiora.

Fu come un’onda che ci travolse. Un groviglio confuso di figure blu apparve dalla notte. Sfrecciavano al nostro fianco e il caos divenne padrone. Furono in mezzo a noi, poi sopra di noi e venimmo sovrastati da nitriti, urla incomprensibili e da una tormenta di lampi, uno dietro l’altro, che scaturirono dagli spiriti blu scuro. Ad ogni lampo seguiva un grido, un tonfo, un correre impazzito di uomini, donne e bambini aggrovigliati nella polvere. Le mie gambe non attesero l’ordine della mente e mi ritrovai di nuovo a correre, d’istinto, senza rendermene conto, lanciato verso il nostro tepee. La polvere e il sudore mi si incrostavano sul corpo, il calore del fuoco e l’odore delle carni bruciate mi penetravano le narici e l’aria, impazzita, mi sferzava e avvolgeva alzandomi da terra e a tratti mi sembrava ancora di volare. Mi pareva d’essere animale veloce, moscardino, che schizza inosservato fendendo il caos, lontano dal pericolo, sicuro di arrivare alla sua meta.

Era troppo tardi. Mia madre e le mie sorelle giacevano già riverse sulla terra bruna, inzuppate di un rosso scuro di sangue e carne, una sull’altra, abbracciate. Ma non disperai, chiusi gli occhi con forza e convinzione e con grande sforzo stavolta ci ruscii. Scattai fuori dal mio corpo e osservai attorno, fuori dal delirio, acutamente nella notte. Cercavo i loro spiriti perché speravo che non fossero già troppo lontane, volevo parlare con loro per farle ritornare, ma non vi era nessuno, solo buio e silenzio attorno a me. Divorato dal dolore ritornai al mio corpo e il frastuono mi avvolse di nuovo. Mi chinai sulle carni dilaniante, calpestate e forate della mia famiglia, le accarezzai e piansi perché non c’era altro che potessi fare. Sapevo che presto ci saremmo rivisti, perché da quella convulsione sconfinata di urla e fuoco non si poteva che uscire come spiriti. Allora sorrisi, con la saliva amara che mi colava dalle labbra e mi sedetti ad aspettare la morte. E lei venne, come per tutti quella notte.

Arrivò il grande cavaliere ed io sapevo che ci eravamo già incontrati. Una volta, mentre dormivo e sognavo passeggiando oltre i luoghi della terra che si tocca, io l’avevo visto. E allora seppi che era venuto a prendermi. Il grande cavaliere avanzò, lento, consapevole di avermi in pugno. Lo guardai esausto. Discese dal suo destriero e mi sovrastò, ridente, penetrandomi con i suoi occhi sfavillanti nella notte. Vidi l’uomo tingersi d’azzurro e poi blu, in piedi, enorme, sconfinato difronte a me piccolo, misero e inginocchiato sulla terra nuda. Rise e dai suoi occhi turchini partì un lampo che esplose nel mio orecchio e mi spinse fuori dal mio corpo. Sapevo che sarebbe stata l’ultima volta.

Le mie carni giacevano ora vuote sulla terra polverosa della prateria, mentre l’essere immenso le ricopriva con la sua mole, ed io volai via, risucchiato dal lampo sempre più enorme e luminoso. Mentre fluttuavo, non più sulla terra dove il mio corpo mi attendeva, ma fuori, nel fuoco risplendente da cui non si ritorna, li ritrovai. Anche loro viaggiavano assieme a me: mia madre, le mie sorelle, il nonno mi precedevano e attorno, la mia tribù, fluiva ormai libera, piena di speranza. Donne, vecchi e bambini, verso un’energia che ancora non riconoscevamo ma che scorreva dinanzi a noi e ci portava via, fresca, pulita e vitale come l’acqua del grande fiume che lambiva il nostro accampamento.

Allora capimmo che la vita non era finita tra il fumo e le tende rivoltate in quella notte di demoni.

Avremmo trovato un nuovo luogo, ancora sconosciuto, nel quale sederci in cerchio, ridere, parlare e fumare assieme, una terra coperta di neve, dove il silenzio avrebbe vinto sul frastuono e dove saremmo stati in pace godendo di una vita elevata.

Il luogo da cui ora vi parlo.

Nicola Bellin – 2019

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