Il disegnatore di libri

Scrivo, racconti di ogni genere.

Scrivo storie che nessuno leggerà.

Racconti gialli, novelle nere e poemetti rosa.

Ma ciò che scrivo può essere blu, rosso, verde ed infine bianco.



La mia ricerca di un lavoro era molto vicina alla disperazione. Cercavo un posto dopo anni passati fra fabbriche grandi e piccole, avevo deciso di mettere a frutto il mio corso di giornalismo e stampa sperando di trovare un lavoro che mi desse qualche soddisfazione. Fino a quel momento avevo ricevuto solo alcune offerte che non erano mai sfociate in nulla se non in alcuni articoli a costo zero per riviste locali. Non avevo ancora molto tempo, stavamo dando fondo a tutte le riserve e di lì a poco avrei dovuto trovarmi un mestiere qualsiasi per contribuire in maniera tangibile al sostentamento della famiglia.

L’annuncio chiedeva che il nuovo assunto sapesse dare forma e colore ai libri.

Non per vantarmi, ma in fatto di estetica non sono secondo a nessuno.

La ricerca di un candidato per un posto da rilegatore mi avrebbe permesso di ricominciare in un ambiente che in qualche modo era contiguo al mio.

Chiamai e il proprietario, con una voce ed un modo di fare che sembravano usciti da un corso di comunicazione aziendale, mi diede appuntamento per il giorno stesso.

Mi presentai con le emozioni che andavano dal sollievo per il lavoro trovato alla rabbia per non avere più abbastanza tempo per meditare il libro che avevo intenzione di scrivere di lì a poco.

Mi immaginavo che l’ambiente fosse la solita copisteria universitaria o al massimo, se fossi stato fortunato, un ambiente antico con torchi e vecchi fogli ingialliti, spatole per stendere l’inchiostro o la colla e rilegatrici semiautomatiche. In pratica il posto giusto per il collezionista che volesse farsi rilegare le uscite di un anno di vecchi giornali oppure per il patito che volesse preservare un libro intatto, o ancora per chi, al contrario, aveva ridotto talmente male la copertina da rendere un tomo a rischio distruzione.

Entrai e mi trovai davanti un ambiente in stile Ikea avanzato, lindo, rivestimenti bianchi e legno naturale, nessun dipendente a parte quello che ritenevo essere il proprietario, sulle scrivanie due Retina 27” bianchi anche quelli.

Assieme a questo alcune brossuratrici e rilegatrici medie per piccole tirature che sembravano nuove e ovviamente alcune macchine per la stampa digitale su carta e cartone.

Quello che pensavo essere il magazzino dei fogli da rilegatura, che si intravvedeva attraverso una delle due porte aperte, non aveva la prevalenza di verdi marroni blu e neri che di solito si incontra ma un gran numero di colori, segno che la rilegatura era fatta in piccola serie e non partendo da carta bianca.

Servivano certamente per le copertine in stile antico, ma il numero dei colori stonava, ci misi un po’ a capirlo, ma non ci feci più di tanto caso.

Le rilegature casalinghe non richiedono quasi mai foto o copertine in quadricromia ma essenzialmente un titolo, l’autore e per i più ricercati alcuni fregi a fare da cornice.

Immagino, che se non fui l’unico a rispondere, dopo il mio colloquio non si presentarono altri candidati più qualificati di me e venni richiamato al telefono alcuni giorni dopo per cominciare quanto prima.



Il primo giorno fu strano, non entrò nessun cliente anche se la zona dove ci trovavamo, molto vicina ad un centro commerciale, sembrava l’ideale. Marco, il proprietario, molto affabile e gentile, mi chiese di rilegare una serie di fogli bianchi con copertine dal giallo al rosso, pescando dal magazzino e indicandomi i titoli dei libri e lo stile. Una scala cromatica che andava in questo caso da Leopardi a Eco, chiaramente un modo per mettermi alla prova in una giornata tranquilla. Probabilmente Marco si era trasferito in questa zona da poco e non si era ancora fatto un nome, nemmeno fra gli studenti della vicina facoltà di Ingegneria.

Per tre giorni continuai in questo modo, esplorando vari ambiti letterari, dagli autori classici russi in scala dall’azzurro al nero, a quelli sudamericani nei toni dell’oro e del marrone, anche se avrei preferito per alcuni autori mettere più rosso; il verde fu dedicato agli statunitensi e i grigi alla fantascienza del periodo d’oro.

Anche se ormai durava da parecchio, pensavo potesse far parte del training e permettere a Marco di capire il mio grado di confidenza con le varie macchine.

Per ogni finta collana che mi faceva rilegare mi chiedeva di variare anche numero dei fogli, oppure mi dava le dimensioni in centimetri del dorso e stava a me decidere quanti inserirne, oppure specificava il tipo di rilegatura ma non le misure che però dovevano essere tutte uguali all’interno di una serie di libri.

A fine della prima settimana Marco si limitò a darmi informazioni sul tipo di colore da usare, preso da una scala Pantone apposita, lasciando a me la scelta di costola, titolo, carattere ed eventuali fregi di copertina.

Eseguivo e consegnavo a lui i libri che con mia sorpresa venivano imballati e spediti all’interno di scatole con il logo della ditta.

Non volevo fare una brutta impressione quindi non feci molte domande ma mi limitai in quel primo periodo ad eseguire ciò che mi veniva chiesto, copertine e colori perfetti e curatissimi e pagine bianche all’interno.

Avevamo pattuito che alla fine della seconda settimana ci saremmo parlati per definire gli ultimi dettagli dell’assunzione alla luce di quella prima esperienza.

Il venerdì pomeriggio, dopo aver finito un ciclo di poeti nordamericani – da Whitman a Corso – in giallo ocra, con il solito interno bianco, anzi bianco ad effetto antico, con i fogli un po’ ingialliti che facessero pensare allo scorrere del tempo, mi chiamò nel suo ufficio, che non avevo ancora visto in quanto la maggior parte del tempo Marco lavorava seduto alla seconda scrivania accanto a me con il retina e non con il MacBook pro che aveva ora sopra il tavolo.

L’ufficio di dirigenza non era da meno dal resto della copisteria, con una enorme libreria bianca dietro alla scrivania in cristallo, piena di libri colorati, un’unica scala cromatica che replicava il nostro magazzino.

Non nego che la situazione fosse strana, in due settimane mi era capitato di vedere un paio di clienti che si erano intrattenuti nel suo ufficio senza lasciare niente da rilegare, nessun libro rovinato o consunto da sistemare o qualche collezione di riviste, temi e disegni scolastici da mettere assieme per creare un volume da tenere come memoria.

Immaginai potessero essere piccoli editori con tirature limitate, noi con le nostre macchine potevamo sicuramente competere in quella nicchia così difficile, ma ero anche un po’ depresso, visto che non mi aveva dedicato molto tempo e nemmeno mi aveva dato riscontro se ciò che avevo fatto fino ad allora fosse stato buono.

Lui stava telefonando e con una mano mi fece cenno di sedermi. Guardai rapito la successione di colori alle sue spalle e sentii che era vuota, non di sostanza ma di parole. Caratteri, misure, stile, coincidevano con quello che mi aveva fatto fare fino a quel momento.

Avrei scommesso, sapendo di vincere, che lì c’erano solo pagine bianche, vuote.

Ascoltai la telefonata senza volerlo, l’ho ancora presente non nelle parole esatte ma nel senso. Pur essendo passato parecchio tempo da allora, fu una cosa di questo tipo:

«Guardi che adesso a contrasto non vanno più… no… quelli con le scritte oro sono sorpassati e non si possono usare più. Se ha bisogno possiamo mettere un logo come fosse una casa editrice e anche una serie di figure o di copertine a scelta, anche se questo non lo vedo molto importante per quello che vuole fare.»

«Va benissimo, vi faccio avere alcuni campioni. Ci risentiamo al più presto.»

Mi fece cenno di sedere di fronte a lui, poi si sistemò meglio guardandomi. Diede un occhio alle carte che aveva davanti.

«Non sembra molto soddisfatto del lavoro.»

Fu un’affermazione, non chiese ma sapeva che era così, mi aveva osservato e guardato lavorare.

Tentai di replicare:

«Non è così, non posso dire nulla di male ma non riesco a capire quanto ancora devo provare prima che mi dia un libro da rilegare, se ne abbiamo uno.»

Appena detto mi sarei dato una sberla. Avevo bisogno di quel posto, maledettamente bisogno.

«Non mi fraintenda, non ho nulla di cui lamentarmi, ecco mi domandavo solo…»

Mi sorrise e ricominciai a respirare, non so che avrei fatto se avessi perso anche quel lavoro, non so come avrei fatto a tornare a casa da mia moglie.

«Le chiedo scusa,» e alzò le mani in segno di resa, «cominciamo con il dire che non ci sono problemi di sorta, il posto se lo vuole è suo in quanto ho visto che lei ci sa fare. Non sono stato molto con lei ma da quello che ho visto non ci sono problemi a fare quello che chiedo.»

Esultai senza darlo a vedere, cercando di mantenere un certo contegno.

«Razie.» Sì, venne fuori proprio così, senza la G iniziale, quasi un rantolo più che un sussurro.

Alla fine mi decisi.

«Bene, mi può dire dei libri da rilegare?»

«Vediamo come posso spiegarlo. Facciamo libri per falegnami, semplicemente questo.»

Si mise a ridere guardando la mia faccia che evidentemente lasciava trasparire tutta la mia perplessità di fronte ad una cosa che non aveva nessun senso.

«Sai le librerie, quelle che vedi nei negozi di mobili o da IKEA o simili? Bene, noi le riempiamo di libri, in maniera da valorizzare il mobile, la cucina o l’ambiente da esposizione. Tutto qui.»



Ci misi molto a digerire questa cosa. Mi trovavo a vendere libri al metro.

«Mi dia due metri di azzurro, e cinque di sfumature giallo-arancio.»

Che differenza poteva esserci con chi vende formaggio o chiodi?

Tutto finì lì, una telefonata fatta da lui con il chiaro scopo di interrompere la conversazione, un “civediamodomani” detto in fretta, quasi silenzioso.

Andai a casa abbastanza depresso anche se, come sempre, non volevo darlo a vedere alla mia famiglia. Andò avanti allo stesso modo per alcune settimane, Marco era sempre molto gentile e positivo nei miei confronti, ma qualcosa mi stava crescendo dentro. Indefinibile all’inizio, sempre più pressante man mano che andavo avanti. Ancora però, non riuscivo a comprendere esattamente di cosa si trattava.

Cercavo di non darlo a vedere a mia moglie, tutto fiero del lavoro raccontavo in toni entusiastici del piacere di partecipare in qualche modo del lavoro artistico ma la mia mente tornava ai lavori passati, con compagni e colleghi che non stimavo, con la sola prospettiva di arrivare al fine settimana per scappare, salvo poi trovarmi in casa a passare pomeriggi noiosi o a riprendermi da ubriacature serali. Era tutto molto normale, ma non ce la facevo. Andai avanti in questo modo, tra il depresso e l’indifferente, per alcune settimane. Arrivavo al lavoro, facevo il compitino e me ne andavo. Cercavo di mettere in pratica i libri che avevo letto, la gioia di un lavoro ben fatto per quanto umile, la creatività nei gesti quotidiani, pensavo ai lavori fatti prima di quel momento e trovai solamente noia, gesti ripetitivi, lavori inutili di cui non si vedeva il fine o che avevano un fine talmente stupido o a me sconosciuto.

Mi sembrava di essere tornato a quei livelli ma quello che facevo e l’ambiente mi piacevano, cercavo di tenere duro ma capivo, ero arrivato a comprendere che se non trovavo un antidoto, dopo aver smaltita la novità e fatto per un certo numero di anni le stesse cose, sarei tornato ad essere un automa, un disegnatore di libri, questa volta da solo con un capo e nemmeno troppo socievole.

Decisi che dovevo trovare un modo per rimediare a tutto quanto senza impazzire. Stavolta non potevo mollare, ero preso tra due bisogni e non sapevo decidere quale dei due era più importante.

Per fortuna il mio lavoro lasciava molti spazi bianchi in cui non c’era molto da fare se non aspettare, Marco usciva e io rimanevo da solo a presidiare, come diceva lui ridendo.

Marco cominciò a girarmi direttamente gli ordini dei clienti chiedendomi di arrangiarmi, prima controllava e poi con il tempo mi lasciò fare da solo. Mi aiutava solo nei lavori manuali, scoprii nei rari momenti di condivisione che l’idea della copisteria non era stata sua ma di un socio precedente e che a lui di libri e letteratura non interessava molto. Mi spiegò che nella maggioranza dei casi i clienti che ordinavano molti libri, non erano minimamente interessati a cosa c’era scritto sul dorso, purché fosse almeno verosimile.

Fu come darmi via libera per raccontarmi in qualche modo attraverso il lavoro, cercavo i titoli che mi erano piaciuti. Associavo ai colori, come avevo fatto all’inizio, autori e generi letterari. Mi accorsi che mi stavo divertendo. Poi cominciai a creare collane di libri assurdi, visto che ai clienti non interessava minimamente cosa scrivessi sui titoli, accostando titoli ad autori improponibili; altre le creavo prendendo le prime righe di una pagina che amavo, in modo che un visitatore, leggendo i titoli dei libri in un certo ordine, ricomponeva l’inizio di un capitolo, un detto o una espressione che amavo particolarmente.



La maggioranza di quello che rilegavamo era composta da fogli bianchi o gialli per simulare i libri più vecchi ma c’erano momenti, sempre più frequenti, in cui mi veniva chiesto di ricreare copertine nuove a libri che erano stampati. In effetti, da quello che capivo, i proprietari dei libri volevano avere una propria collana personalizzata e, senza dover eliminare i libri posseduti, li facevano rilegare in maniera che non stonassero con il nuovo divano o con la nuova credenza d’autore, veri status symbol dell’arte contemporanea.

Il colore, non importava niente altro. Succedeva che mi ritrovassi a fare vere e proprie prove fino a quando il cliente non era felice della sfumatura di azzurrino trovata o del grigio che andava tanto di moda in quel momento.

Colore, solamente quello importava.

Ogni tanto arrivavano libri impossibili da rilegare in maniera corretta; in quel frangente controllavo se avevano mandato altro materiale da sistemare o da rilegare secondo un cromatismo esatto e, se trovavo libri che erano interessanti o che mi facevano sospettare di trovarmi di fronte ad un lettore, chiedevo sempre cosa avrei dovuto fare con il libro non sistemabile.

In caso al cliente non interessasse minimamente il libro, toglievo senza remore le pagine che mi facevano problemi e rilegavo il libro così menomato. Ma era una cosa che non mi piaceva e non ero sicuro della reazione di Marco una volta che fosse venuto alla luce questo mio piccolo sotterfugio. A casa intanto avevo a poco a poco ricominciato a scrivere, anzi per colmo dell’ironia, da quando il mio lavoro sembrava stabile e soprattutto giocavo con colori, titoli e collane, avevo scritto moltissimo: racconti, capitoli del romanzo, invettive, polemiche e molto altro, perfino poesie che non giudicavo così male.

Presi l’abitudine di rilegarmi piccoli volumetti che contenevano queste mie fatiche. Per il lavoro non era un grande spreco di tempo e la cosa mi lasciava soddisfatto.

Fu circa in questo periodo che cominciai ad inserire all’interno dei libri che mi arrivavano o in mezzo ai fogli bianchi scritti miei, ben consapevole, a voler essere un po’ melodrammatici, che li mandavo incontro ad un destino che non potevo in nessun modo controllare.

Venni preso da una vera e propria foga e ogni sera, dopo il lavoro, con preoccupazione di mia moglie a cui dedicavo poco tempo, lavorai a racconti, romanzi brevi e qualsiasi cosa mi venisse in mente di poter affidare a perfetti sconosciuti che forse avrebbero letto e forse avrebbero completamente ignorato cosa si celava in mezzo alle pagine di quei tomi rilegati che si portavano a casa.

Inserii a poco a poco le intere revisioni di un romanzo che avevo scritto e che ora si ritrovava in chissà quale casa, nascosto in attesa che qualcuno lo aprisse e scoprisse che il libro era altro da quello che si trovava in copertina.

Racchiusi in un’edizione delle opere di Ungaretti una serie di poesie intitolata Versi diversamente versi – sono peccati di gioventù, perdonate il pessimo titolo, – all’interno di un vecchio volume di Gulliver misi un racconto che parlava di pianeti alieni.

Mi divertivo, lo devo ammettere, a combinare soprattutto le sfumature. Andavo alla ricerca di sistemazioni astruse, divertenti o completamente sconnesse per le pagine che inserivo.

Più in legatoria andavo avanti con la storia dei colori e più associavo i miei racconti ad una precisa sfumatura. A volte, sapendo già cosa avrei dovuto preparare per i clienti l’indomani o nelle settimane successive, preparavo scritti e racconti che ricalcassero il colore chiesto.

Non successe mai nulla di strano e non ci fu mai nessun tipo di reclamo di cui venni a conoscenza. O la gente che si rivolgeva a noi era veramente dedita ad altro rispetto a leggere, oppure quello che scrivevo al lettore finale piaceva.

Pensai anche che ci potesse essere il caso in cui il lettore, non avendo metri di paragone o capacità di comprensione, pensasse che che quegli incisi che leggeva fossero una bizzarria dello scrittore, un colpo di scena letterario teso a sorprendere il lettore e non lo sfogo di un oscuro rilegatore di periferia. Io cercavo in tutti i modi in maniera non si vedesse molto la differenza rispetto allo stile e al testo originale, arrivavo ad usare i caratteri esatti delle case editrici, il Garamond con cui sono scritti quasi tutti i libri italiani o il Baskerville se il libro era un Adelphi ad esempio.

Ormai sono anni che lavoro in quella legatoria, molte cose sono cambiate ma rimaniamo sempre io e Marco. Adesso lui è quasi sempre dentro l’ufficio e fuori mi gestisco tutto il negozio da solo. Alla fine sono arrivati anche i clienti normali, gli studenti con i loro appunti e libri fotocopiati, ma il grosso rimane nel il colorare le case di promemoria alla lettura. Marco ho finito per conoscerlo giorno dopo giorno, come è normale sia, e quel momento che temevo appena assunto non è mai arrivato. Ho l’impressione che abbia capito quello che faccio con i libri da rilegare perché ogni tanto mi guarda e sorride senza che ci sia nessun motivo. La libreria nel suo ufficio è sempre la stessa ma parecchi volumi sono stati sostituiti da altri negli anni.

Non ho mai potuto controllare se nella libreria dietro di sé Marco avesse fogli bianchi o libri veri e propri, ma c’è un tacito accordo fra noi: lui non ha mai ricevuto lamentele e quindi non mette naso sul mio lavoro, io per parte mia mi sono impegnato a non aprire mai quei libri.

Paolo Costa/Lazarus – 2018

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