Niente di sbagliato

Gli alberi assistevano allo schiantarsi delle ossa sui loro fusti.

Il sangue colava lungo di loro a benedire, con il carico di sofferenza e fluidi corporei, la gioia della vittoria.

Le urla di chi combatteva ancora, rimanevano nell’aria per molto tempo e la foresta sembrava nutrirsi di ciò con soddisfazione.

Gli umani di ferro erano entrati la mattina a piccoli gruppi ed avevano atteso tutta la notte, stranamente in silenzio rispetto a ciò che erano soliti fare.

La foresta li conosceva e li amava.

Ma oggi in questa nuova alba tutto era diverso.

Si schierarono come sapevano avrebbero dovuto fare, in attesa di ciò che sarebbe successo.

Gli alberi sapevano.

Gli alberi conoscevano principio e fine.

Gli alberi attendevano in un percorso di rigenerazione che il tempo giungesse.

Gli uomini di ferro sarebbero stati gli ultimi.

2.

Dopo un tempo che non era, vennero, in molte forme diverse.

Arrivarono i viaggiatori, chiamati ed attesi da uno spazio impossibile a descriversi.

Quel giorno gli alberi attendevano impazienti.

Appena scesi da navi che esprimevano assurdi concetti gravitazionali, indossarono delle leggere maschere protettive.

Tutti i dati davano una semplice presenza di spore innocue all’interno di quel mondo, come ce ne sono sempre in qualsiasi ambiente che preveda piante e foreste.

I primi a scendere: tecnici; medici; genieri ed esploratori; addestrati a creare zone, anche in mondi e situazioni estreme dove poter attraccare le grandi chiatte da trasporto, furono annientati dagli stessi compagni che incauti respirarono l’atmosfera apparentemente neutra di quel mondo ancora senza nome.

Quando i pochi superstiti, ormai annientati e ridotti a semplici macchine di distruzione cercarono di fuggire, vennero completamente polverizzati dalle grandi navi che attendevano in orbita geostazionaria.

Gli alberi assistevano e imparavano, come non era stato possibile prima.

Dopo un tempo che alla foresta sembrava molto breve, le avanguardie sbarcarono.

Prima furono pochi e cauti, dentro tende ad ossigeno o chiusi fra cupole di neoplastica, con addosso maschere e scafandri per uscire.

Una volta imparati nuovamente i concetti di mimetismo e di sicurezza, arrivò il grosso della gente su chiatte enormi.

La terza nave, come sempre era piena di mercenari che avevano il compito di eliminare pericoli e di entrare in contatto con creature apparentemente dotate d’intelligenza che fossero degne di attenzione agli scopi della razza umana.

Ormai l’esobiologia era talmente avanzata che si contava di riuscire ad individuare per tempo qualsiasi forma di intelligenza presente in un mondo prima che questa potesse nuocere all’umanità. Per fare questo erano previsti protocolli estremamente severi che tutti i mercenari conoscevano e accettavano.

La missione, che non era primariamente la conquista da parte dei coloni di un nuovo mondo, continuava, secondo piani prestabiliti che consideravano tutti sacrificabili, ad esclusione di alcuni che avrebbero dovuto riportare in patria informazioni e campioni.

Fu così che durante le successive esplorazioni di quel mondo così simile alla terra, arrivarono ad entrare in contatto con coloro che battezzarono “uomini di ferro” per la strana somiglianza con gli umani e per le corazze che portavano addosso, una versione apparentemente grottesca di antiche armature medievali terrestri.

Sembravano, a dire il vero, come fossero fisicamente fuori fase, allo stesso modo che per creare questi ultimi si fosse preso a modello l’uomo osservandolo da molto lontano, cercando di indovinarne certi particolari della fisionomia.

Apparentemente umani con una chimica basata sul carbonio non reagivano secondo piani o schemi prestabiliti. Potevano lasciarsi morire in attesa, al di fuori degli accampamenti umani, o tentare di attaccare con una spada le armi ad energia.

La situazione si fece sempre più critica quando cominciarono ad attaccare in massa le cupole, aprendo semplici squarci in cui l’atmosfera del pianeta poteva entrare.

Gli umani così esposti impazzivano e a poco a poco arrivavano a massacrare tutti i componenti dell’accampamento.

E gli alberi cominciarono a comprendere.

Sbarcarono le avanguardie della terza nave.

Nel primo scontro a cielo aperto, la prima parte dei mercenari, vestiti del colore dell’erba, vennero a contatto con gli uomini di ferro.

Dovevano comprendere come sarebbe stata la battaglia per coloro che venivano dopo di loro.

Gli uomini di ferro combattevano con metodi antichi, non conoscevano la paura della luce che secca il sangue all’interno delle vene, o l’orrore di un corpo smembrato.

Gli uomini di ferro, simulacri umani comandati da una linfa vitale, combattevano aprendo di tanto in tanto le piastre di ferro, come ad assorbire le spore di cui l’aria era piena. Non si fermavano mai, in visioni dell’orrore assurdamente aliene. Le avanguardie in verde attaccavano e riattaccavano. Molte volte pensarono di aver completato l’opera e molte volte dovettero ricominciare a combattere, ritirarsi e contrattaccare, fino a quando esausti e decimati non vennero richiamati alle navi.

Furono fermati gli sbarchi e lasciati a morire gli umani nel pianeta.

Ritornarono giù solamente i mercenari, con l’appoggio delle aeree.

La foresta non smetteva di comprendere.

3.

Gli umani a quel punto, capirono che la chiave di tutto quanto erano gli alberi che creavano immense foreste primordiali di cui il pianeta era interamente coperto, a parte piccole radure circoscritte.

Capirono anche che le piante erano in qualche modo in simbiosi con gli abitanti semi-umani.

Le aeree arrivarono a bruciare interamente sempre più foreste con lo scopo di terraformare in un secondo momento il pianeta divenuto sterile.

Intanto gli uomini di ferro continuavano a combattere, programmati per un unico assurdo scopo.

In poco tempo arrivarono all’ultimo lembo di foresta, e i viaggiatori si prepararono a distruggere completamente la minaccia di quegli alberi colossali.

Gli uomini in ferro, questa volta animati da una volontà diversa, opposero resistenza insolita, abbattendo e ritardando l’arrivo delle aeree.

Gli alberi avevano smesso di imparare, un canto di rinascita si era impossessato di loro.

Agli alberi già vecchi in quell’ultima foresta planetaria, dispiaceva che le giovani piantine avessero solo quel giorno per poter comprendere la gioia della crescita. Ma così andava fatto.

Fu una battaglia antica, corpo contro corpo e armi a raggi contro forza sovrumana che uccideva e non voleva morire.

Le avanguardie furono decimate in maniera scientifica, senza nessuna pietà, gli uomini fatti a pezzi con le membra infilate a forza nei buchi che naturalmente si aprivano alla base delle piante, altri erano accatastati in pile alte che sembravano macabri giochi per bambini.

Gli uomini in ferro avevano quasi completato il loro compito.

Le seconde linee del grosso della forza in verde, rimasero ferme in attesa dell’ordine.

Caricarono quando ancora i simulacri umani stavano uccidendo l’avanguardia alla base dei grandi alberi che sembrava si nutrissero beatamente di tutto quel sangue e di quel dolore.

Gli alberi osservavano, frementi in attesa. Spronarono gli uomini di ferro che loro amavano, ad attaccare, contenti di vederli distruggersi in cariche successive come se si aprissero ad una nuova essenza.

Gli alberi non avevano fretta all’inizio, erano consapevoli di ciò che sarebbe potuto essere, di quello che sarebbe potuto arrivare, ora pensavano canti di creazione quando le aeree vomitavano fuoco e fiamme e li facevano a pezzi assieme a ciò che restava di quel delirio alieno.

E gli alberi, durante la distruzione, ascoltando le vibrazioni semi-coscienti di questi piccoli esseri dal tessuto neuronale estremamente fragile, pensarono che non c’era nulla di sbagliato.

4.

Chiamati da distanze e da mondi che sembravano inconcepibili al solo pensiero, gli uomini ritornarono a quella che chiamavano casa.

5.

Molti anni dopo, l’albero che era uno e che era mondo fu consapevole e ciò che comprese e sperimentò era ciò che aveva desiderato.

 

Paolo Costa / 2016

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