Genesi imperfetta

La notte stava ormai volgendo al termine e dalla finestra si iniziava ad intravedere il lucore perlaceo dell’alba. Mollemente sdraiata sulla chaise longue di velluto rosso, intenta a far trascorre le lunghe ore di insonnia nel modo meno tedioso possibile, Morgana era immersa nella lettura di testi poco edificanti, che alla luce diurna mal si sarebbero abbinati all’immagine di giovane strega per bene che ormai le gravava addosso. Con la mano destra girava le pagine e alternava questo movimento con il portare alla bocca soffici marsh mellow rosa che pescava languidamente dal vaso di vetro sul tavolino accanto al divanetto. Con la sinistra grattava il pancino di Puck, il Welsh Corgi Pembroke che le sonnecchiava accanto, sdraiato in pose inconsciamente lascive, esibendo al mondo il suo ventre, anch’esso un tondo e morbido marsh mellow rosa.

Non riuscendo più a seguire quello che leggeva, Morgana si stiracchiò per poi alzarsi di scatto, buttando all’aria il libro, i marsh mellow e pure Puck, che brontolò contrariato.

“Per Anubi, Morghi, che ti piglia? Stavo sognando di farmi i bagni di cacca di mucca!”

“Ho avuto un’ispirazione.”

“No, di nuovo?”

“Creerò un Mondo.”

Morgana rimase compiaciuta ad ascoltare il silenzioso stupore che le sue parole avevano causato, poi si voltò per godersi lo sguardo di terrore e ammirazione che sapeva avrebbe trovato negli occhi sbarrati di Puck. Il cane era piegato su se stesso come una virgola e si grattava vigorosamente dietro l’orecchio destro con la zampa posteriore, poi si mise a leccarsi i genitali. Sentendosi pungere sulla nuca sollevò la testa e i suoi occhi assonnati incrociarono quelli carichi di incredula rabbia di Morgana.

“Che c’è? E’ la mia toilette mattutina, finché non mi lavo non riesco proprio a reggere le tue idee folli.”

Morgana borbottò qualcosa di non meglio definito sui cani parlanti e viziati da abbandonare ad un crocicchio e, con l’ampia vestaglia viola notte che svolazzava dietro di lei, si diresse verso l’angolo della sua stanza dove teneva il piano di lavoro, carico di alambicchi, distillatori, mortai, evaporatori e tutto ciò che si addice ad un laboratorio alchemico o di chimica. Iniziò quindi a triturare, sminuzzare, bollire, amalgamare, con gran profusione di esplosioni fumose e dagli odori improbabili.

Puck stava scavando con foga fra le radici di una grossa quercia per seppellire il più grande osso che avesse mai trovato, ma più scavava e più fatica faceva l’osso ad entrare nel buco, ormai grosso e profondo come una fossa tombale.

“Puck. Puu-uuck.”

Il cane si bloccò di scatto. “Morghi?”

Da sotto terra sentì la voce di Morgana che lo chiamava suadente ed un invitante profumo di lepre in salmì esalare dal terreno. “Puck! Svegliati!”

Socchiuse gli occhi e davanti a sé vide Morgana, gli occhi spalancati e folli, i capelli scarmigliati e il viso sporco di polvere e fuliggine. Teneva in mano, proprio sotto il suo naso addormentato, la sua ciotola piena di gustosi bocconcini di lepre.

“La colazione è pronta. Mangia mentre mi preparo. Dobbiamo correre da Lei”.

Mentre Morgana si precipitava nello spogliatoio e faceva esplodere tutti i vestiti al suo interno Puck si stiracchiò sulle corte zampe e iniziò a mangiare con gusto. Morgana intanto cantava allegra.

“Dev’essersi scottata il cervello”, mormorò fra sé.

“Cosa?” trillò Morgana dal fondo del cassetto dei calzini.

“Ho detto, sei riuscita a fare quello che avevi in mente?”

Morgana non rispose e continuò a cantare.

Puck e Morgana erano in piedi davanti al trono. Le gambe cominciavano a dolere ad entrambi, dopo quasi un’ora di attesa, fermi e immobili. Per passare il tempo Puck aveva già contato tutte le duecentosedici ragnatele che decoravano l’alto soffitto ed ora le stava contando per la terza volta. Fu distratto da un lieve movimento alla sua destra, colto con la coda dell’occhio. Era la testa di Morgana che ciondolava, cercando di respingere gli attacchi di sonno per la stanchezza accumulata.

“Morghi! Ehi Morghi! Svegliati!” sibilò, come se non volesse farsi sentire dalle pareti della grande sala, vuota a parte loro.

“Zitto Puck! Potrebbe entrare da un momento all’altro!”, rispose Morgana in un sussurro ancora più lieve.

“No, non credo. Voglio dire, sai anche tu com’è fatta, si sarà dimenticata che la stiamo aspettando subito dopo che le è stato riferito e si sarà messa a fare cose per lei più importanti”.

Morgana non rispose, mantenendo lo sguardo duro fisso sul trono, come se questo potesse farla materializzare.

Puck si lasciò sedere pesantemente a terra e iniziò a grattarsi vigorosamente con la zampa posteriore sotto la gola. “Pe-e-erché n-n-non f-fa-a-cciamo qualco-osa m-mentre aspettia-amo” e dicendo questo si sbilanciò, perse l’equilibrio e finì tutto a terra.

“Così non rischi di farti trovare addormentata, se mai si decidesse a farsi vedere.”

Ci sono molti modi di far passare il tempo, in una sala del trono. Decisero di iniziare una partita di hockey. Il pavimento di marmo lucido andava benissimo per lasciarsi scivolare sopra, e con un semplice incantesimo di animazione Morgana diede vita alle armature antiche disposte lungo i lati del salone, dividendole poi in due squadre. Le armature conducevano un gioco molto aggressivo ma, essendo vuote, facevano fatica a prendere le misure, così spesso si scontravano con grande clangore, andando in pezzi e poi ricomponendosi a caso, prendendo il braccio di una e la gamba dell’altra. Alla fine, per quanto divertente, era diventato difficile capire chi fosse in squadra con chi, perché non c’era più una sola armatura che fosse composta solo dei propri pezzi originali. Morgana e Puck le rimisero a posto alla bell’e meglio, poi, dopo un attimo di riflessione, decisero di arrampicarsi lungo gli imponenti tendaggi per poi lasciarsi scivolare fino a terra, come su un alto scivolo. Continuarono ad arrampicarsi e a lasciarsi scivolare, ridendo come scimmie fino a quando quasi non strapparono le tende. Un colpo di rammendo magico e tutto tornò a posto, Morgana ritenne però che non fosse il caso di esagerare. A quel punto videro appoggiato sul leggio vicino al trono il grande libro del Maestro di Cerimonie. Era un grosso tomo assai noioso, che spiegava passo passo l’etichetta e il protocollo degli eventi ufficiali, ma a loro venne subito un’idea per renderlo più interessante. Strapparono due pagine e le arrotolarono per ottenere altrettante cannucce, dopodiché iniziarono a strappare piccoli pezzi di carta dal libro. Ognuno di questi frammenti veniva impastato in bocca con un po’ di saliva, arrotolato sulla punta delle dita fino ad ottenere delle piccole palline dure e poi sparato attraverso le loro cerbottane improvvisate. Vinceva chi colpiva più volte il trono. Iniziarono a strappare pezzi di carta dalla pagina “La cerimonia della Luna Aerofagica”. Sarebbe stato difficile stabilire un vincitore, erano entrambi molto precisi e presto lo schienale del trono fu quasi del tutto ricoperto di palline di carta appiccicate che creavano un effetto decorativo particolarmente gradevole. Ma mentre erano completamente immersi in questa attività ecco che l’aria intorno a loro cominciò a vibrare e sfrigolare come olio bollente. Puck si immobilizzò proprio mentre stava prendendo aria per sparare l’ennesimo proiettile. Le pareti iniziarono a risuonare di un basso rombo, quasi che il ventre della terra fosse in preda a crampi e movimenti causati da un abuso di fagioli piccanti, e fuori dalle finestre sembrò che la notte fosse scesa anzitempo. Mentre Morgana cercava di nascondere la sua cerbottana nelle ampie maniche e Puck quasi si strozzava per la pallina che anziché essere sparata gli era finita di traverso, nel centro della sala, proprio davanti a loro iniziò a formarsi un vortice d’aria sempre più potente, che sollevava secoli di polvere evidentemente ignorati dal personale di servizio, o forse lasciati lì ad arte per ottenere questo effetto sorprendente quando la padrona di casa voleva esibirsi in una entrata scenografica. Dal centro del vortice iniziarono a sprizzare lampi di luce e scintille, come se al suo interno un cavo elettrico tranciato danzasse impazzito.

All’improvviso calarono il buio e il silenzio.

“Accendete le luci!” ordinò una voce stanca e trascinata, che tuttavia faceva sentire la consuetudine ad essere obbedita sempre e senza indugi.

Le luci si accesero subito e fuori dalle finestre tornò a splendere il mite sole primaverile. Al centro della sala stava ritta quella che si poteva definire una figura femminile, ma che fosse proprio una donna sarebbe stato difficile dirlo. Le forme del corpo erano decisamente femminili, ammantate da un denso drappo verde e azzurro, i cui colori si mescolavano ad ogni movimento come se fossero vivi e liquidi, ma la pelle grigia aveva l’aspetto rugoso della corteccia del faggio e al posto di una normale chioma di capelli la sua testa era sormontata da quello che era un vero e proprio cespuglio di rami e foglie ingarbugliati.

“Ogni volta tutta questa polvere, ma quando si decideranno a dare una pulita come si deve?”

La creatura sembrava non essersi ancora accorta del pubblico in attesa.

“Oh, siete qui voi due. Ah, è vero, avevate chiesto di parlarmi, se non sbaglio.”

“Morgana vuole parlarle, io francamente non ci tenevo a disturbarla” precisò subito Puck.

“Madre Natura”, urlò Morgana, cercando di nascondere le parole del cane, “grazie per averci ricevuti così prontamente. Sappiamo quanto prezioso sia il suo tempo…”

“Sì sì Morgana” la interruppe Madre Natura, con uno svolazzo seccato della mano, “non serve che ti formalizzi tanto, proprio perché il mio tempo è prezioso dimmi, perché volevi parlarmi?”

Morgana, che si era preparata un discorso ad effetto, sentendosi freddare in quel modo si ritrovò la lingua attorcigliata.

“…ecco, io…”

“Morgana questa notte ha creato un Mondo”, arrivò Puck in suo aiuto.

“Puck!”, a Morgana tremavano le gambe

“Questa notte?” chiese Madre Natura.

“Effettivamente era piuttosto l’alba. Sa com’è, noi giovani siamo creature della notte.”

“Vampiri?”

“Semplice insonnia, effettivamente, nulla che un po’ di valeriana non potrebbe risolvere, se solo Morghi non preferisse starsene sveglia a leggere romanzetti romantici ingozzandosi di caramelle.”

“Puck!” sibilò Morgana disperata, mentre sentiva le gambe sprofondare nel terreno come se al posto del pavimento in marmo ci fossero ora sabbie mobili.

“Un Mondo, eh? E in così poco tempo. Notevole, è magia molto avanzata.”

Le sabbie mobili smisero di risucchiare Morgana e subito la risputarono bella ritta sul solido pavimento.

“Sì, ecco, mi era venuta voglia di provare…”

“Beh, che aspetti? Non sei venuta qui per farmelo vedere?” la interruppe bruscamente Madre Natura, voltandosi verso il trono per sedersi. “E queste cosa sarebbero?” chiese disgustata, vedendo le palline di carta appiccicate allo schienale. Si volse a guardarli, ma Morgana e Puck esibirono il più innocente e stupito degli sguardi. Con un rapido movimento delle mani Madre Natura fece sparire le palline e si lasciò cadere pesantemente sul trono.

“Allora, questo Mondo?”

“Eccolo qui, Madre Natura”, e con uno studiato movimento delle mani Morgana fece scivolare fuori dall’ampia manica una sfera luminosa poco più grande di un pompelmo. La porse alla creatura, che la prese delicatamente e se la portò vicino al viso, strizzando gli occhi per studiare meglio quel Mondo. Al suo interno la sfera conteneva in miniatura tutti i paesaggi che si possono incontrare sulla Terra: boschi rigogliosi, montagne rocciose, deserti e praterie, fiumi, laghi e mari. Ma questo piccolo microcosmo non era abitato da minuscoli esseri umani o dagli animali che normalmente popolano la Terra. Come se a creare quella realtà fosse stato un bambino eccessivamente fantasioso o uno scienziato pazzo, al suo interno si muovevano creature in parte terrestri e in parte marine, in parte animali e in parte artificiali. Quella che a prima vista poteva sembrare un’aquila che volava nel cielo dell’aquila aveva solo le ali, mentre il corpo era uno scaldabagno di ottone sormontato da una testa d’uomo; quello che poteva essere un gatto del gatto aveva solo la testa, attaccata ad un soffice cuscino con rasoi elettrici al posto delle zampe; i pesci del mare al posto delle pinne avevano tutti ali di farfalle, ognuna diversa dall’altra, cosicché sotto la trasparenza delle acque si intravvedeva un abisso non di tenebre ma multicolore. In mezzo ad una radura un grosso piede umano, ricoperto di squame di serpente dalla caviglia fino al moncone della gamba, saltellava solitario in cerca del suo gemello. Su e giù dalle dune di sabbia di un deserto rotolava una pietra rotonda con due piccole ali di mosca ai lati.

Madre Natura osservava colpita tutti quei dettagli pieni di vita e vedendo il suo sguardo assorto e concentrato Morgana si sentiva sempre più leggera. La creatura sembrava apprezzare davvero la cura dei più piccoli particolari, l’eleganza dell’insieme, e comprendeva le difficoltà che aveva dovuto superare per riuscire a creare un Mondo apparentemente così folle ma perfettamente coerente in sé.

Ma all’improvviso un lieve arricciarsi del naso andò ad infrangere l’estasi della contemplazione.

“E quello cosa dovrebbe essere?”

L’attenzione di Madre Natura fu attratta da ciò che sembrava reggere la volta celeste del piccolo Mondo. Si trattava di un paio di gambe umane divaricate, i cui piedi erano puntellati alla parete della sfera nel suo equatore per convergere al suo zenit. Erano gambe ermafrodite e dal punto in cui si congiungevano sgorgava una cascata d’acqua che andava ad alimentare i fiumi, i laghi e i mari all’interno della sfera. Era uno degli elementi di cui Morgana andava più fiera, per la simbologia implicita e soprattutto per il suo significato ironico. Era convinta che Madre Natura ne avrebbe colto e apprezzato gli intenti. Invece ora stava lì a fissare le gambe come si fissa disgustati un cane randagio colto troppo tardi a fare pipì sulla ruota della propria auto nuova.

“Ho chiesto cosa dovrebbe essere.” La voce di Madre Natura si era alzata di mezza tonalità.

Dalla gola di Puck si sentì un rumore strano, come se cercasse di mandar giù un sasso.

Morgana tentò di balbettare qualcosa.

“L’unione di Femminile e Maschile che genera…”

Madre Natura la bloccò con un gesto teatrale della mano.

“Non dire altro! Che sciocchezza. È davvero stupido, volgare, disgustoso e soprattutto insensato. Non credi che l’urina, con la sua acidità, distruggerebbe la vita di questo miserevole monducolo? Davvero un pessimo lavoro! Mi hai fatto perdere tempo solo per vedere una simile sciocchezza. Ora ho cose più importanti da fare, e voi rimettete a posto il disastro che avete combinato.”

E dicendo ciò scomparve in uno schiocco, lasciando Morgana impietrita, incapace di mettere insieme le parole che aveva sentito. Puck le si appoggiò uggiolando alla gamba, cercando di darle conforto.

“A me piace, lo trovo geniale.”

Morgana tratteneva a stento le lacrime.

“Non darle troppo peso, lo sai che ha un caratteraccio ed è incontentabile. Con tutta quella storia che deve preservare il ciclo della vita non è mai stata molto accomodante. Credo si sia resa conto del lavoraccio che le tocca fare quando ha scoperto che per far vivere gli orsi polari doveva lasciare che si mangiassero qualche cucciolo di foca. Lei adora i cuccioli di foca.”

“Mi ci faccio una pelliccia con i suoi cuccioli di foca!”

“Ecco, così ti voglio, bella propositiva. Ti hanno bocciato un’idea e tu subito ti butti su un’altra.”

Morgana ridacchiò fra le lacrime.

“Oh, chi se ne frega se non le è piaciuto. Andiamo Puck, torniamo nella nostra stanza, vediamo se riusciamo ad avviare un processo di selezione ed evoluzione in questa palla.”

“Non rimettiamo in ordine la sala del trono?”

Morgana si diresse a passo leggero verso l’uscita, seguita da Puck. Quando furono sulla porta si fermarono un momento e Morgana disegnò con la mano uno svolazzo in aria. Dietro di loro si levò un fragore di legno fracassato, pezzi di metallo che cozzavano gli uni contro gli altri e stoffe strappate. Puck cercò di fare presa con le unghie sul lucido pavimeno mentre una folata di vento forte, simile ad un piccolo ciclone, lo spingeva fuori dalla sala. Il tutto durò solo pochi secondi.

Puck sollevò lo sguardo perplesso e incontrò quello allegro di Morgana.

“Mio caro Puck, a che servono gli amici, se non a sostenersi a vicenda nell’ignorare il buon senso e gli ordini imposti?”

Alice G- FK – 2019

 

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