Dobrǒmov

https://www.unamodestaproposta.it/2019/04/20/dobromov/ 

Qui la prima parte

 

II. Segni

Ispettore buongiorno!”

Marcus salutò l’ispettore Sarti che era venuto a prendere la figlia. Erano passate due settimane da quando avevano trovato morto il barbone e non aveva ancora avuto occasione di avvicinarlo. Era curioso di sapere se ci fosse qualcosa di sospetto e rimase sconcertato quando l’ispettore non rispose e lo evitò con un gesto che era chiaro fosse voluto e non casuale.

Quel comportamento stupì non poco Dobro. Con Sarti aveva sviluppato una certa vicinanza dopo che nell’estate precedente l’ispettore lo aveva aiutato a venire fuori da un caso complicato, in cui era rimasto coinvolto suo malgrado per via della sua provenienza dalla Confederazione Russa. In quel momento aveva potuto apprezzare l’umanità dell’uomo e la capacità di comprendere le persone. Sarti lo aveva accompagnato durante tutta l’indagine, condividendone le varie fasi quasi a rassicurarlo, tenendolo al corrente di cosa stava succedendo. Quando tutto fu concluso, Marcus doveva solo all’ispettore se si trovava ancora a esercitare il suo lavoro in quell’istituto e non fosse finito in galera.

Il suo primo pensiero fu che il poliziotto fosse venuto a conoscenza dei suoi colloqui con i ragazzi, aggravati dal fatto che di nascosto li aveva registrati sul telefono, ma riteneva con una certa sicurezza che quello che aveva ascoltato non sarebbe stato ripetuto ad altri, men che meno alla figlia di un funzionario di polizia. All’inizio non ne aveva parlato perché gli sembrava che fosse giusto proteggere i ragazzi che avevano già subito lo shock di una morte violenta nel posto dove si ritrovavano, adesso non sapeva se ciò che aveva fatto fosse stato giusto e gli sembrava troppo tardi per confessare di aver nascosto una cosa così importante. In fondo, pensava, fa parte del lavoro dell’insegnante e del maestro ascoltare anche personalmente gli allievi.

Rimase a guardare gli studenti che andavano a casa o si ritiravano nelle stanze comuni del collegio e vide Romi che si allontanava in direzione degli appartamenti dei professori. Cercò di raggiungerla ma l’amica sembrava avere fretta e non gli riuscì di raggiungerla prima che lei sparisse all’interno dell’edificio. Voleva parlare con lei degli strani segni che l’amica aveva sul corpo e che l’avevano tanto turbata. Aveva una teoria che gli girava in testa e ne voleva discutere. Di solito Romi con la sua razionalità lo aiutava a chiarirsi le idee. La cercò prima in sala professori e infine nei luoghi dove sapeva si rintanava a studiare, correggere i compiti o leggere. Romi aveva lezione di lì a poco ma non gli riuscì di trovarla da nessuna parte. Provò a chiamarla al cellulare ma lei non rispose, lasciò perdere e visto che aveva anche lui lezione si affrettò a raggiungere la classe.

Qualche giorno dopo il suo fallito incontro con l’ispettore, rientrando nel suo appartamento trovò un bigliettino infilato sotto la porta. Era scritto con grafia molto piccola, quasi che lo scrivente volesse fare in modo che, anche trovandolo, fosse difficile leggerlo se non si era molto vicini e attenti. Diceva semplicemente:

Non ora, non mi saluti. Le faccio sapere io. S.

La situazione era molto strana, Romi era irreperibile, Sarti non voleva parlargli, lui aveva le prove della Carmen e in ogni caso continuava a pensare ai segni ritrovati sul corpo dell’amica.

Le informazioni di cui disponeva, pur cercando continuamente con discrezione di scoprire qualcosa, erano estremamente ridotte. Decise che doveva recuperare la pazienza e la caparbietà che aveva avuto negli anni in cui si preparava per diventare un ballerino e continuare, una goccia alla volta, un tassello al colpo, lasciando passare intanto le giornate uguali le une alle altre, fatte di prove, esercizi e insegnamento.

Iniziò cercando su internet, giorno dopo giorno sentiva con discrezione amici che forse potevano sapere qualcosa e arrivò a conoscere i modi con cui vengono fatte le scarificazioni rituali utilizzate come passaggio ad un altro stato mentale e sociale. Durante queste sue ricerche riascoltava le conversazioni avute con gli studenti dopo quella fatidica notte e un po’ alla volta un tarlo gli scavava dentro. La posizione dei segni, il fatto che sembrassero sottolineare le curve del corpo di Romi, gli suggerirono che ci potesse essere una sorta di morbosità in quello che era stato fatto. Decise di trovare qualcuno a cui chiedere se si potesse trattare di una sorta di gioco erotico. Scorrendo la rubrica dei contatti puntò l’occhio sul nome di un’amica che possedeva uno strip club dove si praticava occasionalmente lo scambio di coppia e le chiese di incontrarla. Gli diede appuntamento durante l’orario di chiusura del proprio locale, anche subito se voleva, e Marcus decise che non avendo nulla da fare quel pomeriggio sarebbe andato a trovarla. Venne ad aprire lei personalmente, abbracciandolo come un fratello che non si vede da molto e baciandolo con un trasporto insolito per chi non si vedeva da anni. Il locale era un tranquillo strip club con annessa area scambio, chi lo avesse visto con la luce del giorno avrebbe faticato a riconoscerlo. Gli angoli bui della notte e le luci colorate che avevano lo scopo di nascondere e rendere appartati tavoli e divanetti, con la luce diurna parevano semplicemente spogli, banali. Helana, questo era il suo nome, lo aveva ereditato dall’ex marito e visto che rendeva bene e da quello che diceva lei non faceva del male a nessuno, aveva deciso che non valeva la pena venderlo ad altri. Con lei al comando, affermava, le sue ragazze venivano trattate meglio che in altri posti.

Lo condusse nel retro del locale e andarono ad appartarsi in un piccolo ufficio dove potevano stare tranquilli.

“Marcus! Allora ti sei deciso a spogliarti per me e i miei clienti?” dopo aver pronunciato la domanda si sedette sorridendo.

“Non ancora, cara Helana, devo mettermi in forma e calare la pancia, lo sai” e alzò la maglietta a mostrare un fisico che non aveva un filo di grasso.

Questo scambio di battute era una loro tradizione che durava fin da quando, anni prima, si frequentavano.

Lei si mise ad osservarlo con molta calma, come non avesse altro da fare. Poi si alzò e, mettendosi di spalle alla finestra che dominava la sala dove le inservienti stavano preparando il locale per la sera, a voce molto bassa cominciò a parlare.

“Dimmi quale problema ti rode dentro.”

“Chi ti dice che io abbia qualche problema?”

“Ti conosco troppo bene e tu mi conosci troppo bene per pensare che non ti capisca da come parli se ci sono problemi. Siamo amici, altrimenti non saresti qui adesso.”

Marcus la guardò e cominciò a raccontarle ogni cosa. L’amica lo guardava senza battere ciglio. Marcus la guardava e sapeva che stava già elaborando ciò che lui stava dicendo.

Rimasero in silenzio per un po’ alla fine del racconto. Lei stava pensando e lui non si sentiva in nessun imbarazzo, non sentiva il bisogno di colmare i vuoti con parole o suoni che togliessero pensieri l’uno all’altro. Quel silenzio stava a significare una profonda comprensione e un’empatia completa fra loro.

Alla fine Helana si alzò e lasciò Marcus da solo ad attendere. Tornò dopo pochi minuti con un foglietto strappato da un’agenda in cui erano annotati nomi e numeri di telefono.

“Alcuni sono amici miei, altri solo conoscenti. Non tutti sono locali per così dire pubblicizzati o legali, ma forse puoi trovare ciò che cerchi. Ti direi di cominciare da questo, non è molto estremo ma se riesci a farti un amico o un’amica poi entri più facilmente nei prossimi. Sei sicuro che vuoi proprio andare? Hai idea di cosa ti fanno quelli se per caso lo dici ad altri senza autorizzazione?”

Ma tu?”

“Lascia stare, non mi possono fare nulla, non sono in nessun modo in pericolo e anzi, farò quello che posso per aiutarti. Se hai bisogno chiama. Ora vai, meno stai qui meglio è per tutti e due.”

Qualcosa scattò dentro Marcus, lei aveva buttato lì una frase che lo aveva fatto sobbalzare. Helana sembrava perfettamente a suo agio, non aveva nessun motivo di parlare di pericolo come aveva appena fatto. Lui si alzò in piedi avvicinandosi a lei e guardandola diritto negli occhi.

“Perché hai detto che sei in pericolo? Devo solo trovare un’informazione.”

Lei lo allontanò con una mano, adesso sembrava palesemente a disagio.

Appunto, se hai bisogno chiama. Attento alle informazioni che non dovresti sentire. Vai adesso, vai via.”

Prese appuntamento in almeno cinque o sei locali, cominciando dal primo che aveva consigliato Helana. Osservava le persone, a volte si divertiva, altre era tutto estremamente artefatto e noioso. Erano per lo più appartamenti o cascine adattate a replicare un bordello dell’ottocento o una riedizione della casa di Eyes Whide Shout, con tanto di ragazze molto giovani, disponibili e molto accaldate.

Non riuscì ad entrare in confidenza con nessuno, sembrava che ci fossero solo coppie che cercavano lo scambio con altre coppie. La lista non era molto lunga e in qualche giorno li aveva girati tutti. In alcuni, le ragazze che ballavano e poi cercavano di portarlo in un privée per bere una bottiglia di prosecco da 400 euro si illuminavano quando lui parlava una lingua slava, ma quando accennava al motivo della sua presenza gli chiedevano di smetterla e di non domandare più nulla. Cercò di convincerne qualcuna ad accompagnarlo in qualche locale diverso e magari più estremo ma, a parte il costo proibitivo, si aspettavano che fosse lui a dire dove andare.

Decise che avrebbe provato a girare nuovamente gli stessi locali, cercando di approcciare le coppie scambiste, o di recuperare una ragazza che volesse andare con lui per uno scambio. Una sera, un paio di settimane dopo che aveva parlato con Helana, era seduto ad un divanetto osservando annoiato chi entrava e chi si appartava. Lo incuriosì una coppia che apparentemente era entrata nel locale solo per bere qualcosa e guardarsi attorno. Ad un certo punto la donna andò verso di lui. Si avvicinò al divanetto dove Marcus era praticamente disteso piegandosi verso di lui, compiaciuta dello sguardo che gli avventori lanciavano sotto la striminzita gonna di latex nero.

“Sei solo?”

Marcus annuì.

Un’amica in comune ci ha chiesto di venirti a prendere prima che la tua faccia diventi indesiderata in tutti i locali della Brianza. Lui è mio marito, siamo amanti del sadomaso e lui è anche bi.”

Marcus era visibilmente impressionato da Helana. La ragazza lo guardò e gli mise una mano in mezzo alle gambe.

“Se ti va potresti divertirti un po’ anche con lui, dimmi solo se vuoi venire con noi. Helana mi ha detto di dirti che o ti fidi di noi oppure ti conviene fermarti.”

Fino a quel momento aveva pensato di essere stato abbastanza discreto, era evidente che giocare all’investigatore non era proprio il suo forte. Si alzò e la abbracciò in maniera che tutti attorno vedessero, poi si avviò con la donna al divanetto dove il marito stava aspettando. Rimasero lì un po’, parlando del più e del meno, inframezzando conversazioni inutili e falsamente eccitate a informazioni su quello che stava cercando.

“Andiamo via.” Il tono perentorio e la voce profonda di lui, che fino a quel momento non aveva quasi parlato, lo fecero fermare. C’era un senso di urgenza in quelle parole, non ammettevano repliche. Si alzarono e uscirono dal locale.

Lo fecero salire in auto con loro, lei si mise dietro e lo guardava. Marcus non sapeva che dire, si fidava di Helana ma la cosa lo rendeva inquieto. La strada che percorrevano era una tangenziale che portava in direzione delle colline verso Bergamo.

Durante il percorso aveva cercato di porre qualche domanda ma i due non avevano più risposto, se non a monosillabi o con frasi di circostanza.

Entrarono in una zona industriale come tante dalle parti di Dalmine, strade piene di buche e fabbriche malmesse, con i vetri anneriti dalla polvere e dagli anni. Vecchi lampioni ad incandescenza creavano pozze di luce dove potevano. Poche auto parcheggiate davanti alle fabbriche in corrispondenza dei turni di notte.

Marcus si domandava dove lo stessero portando. L’uomo, di cui non sapeva nemmeno il nome, sembrava sicuro. Rallentò in corrispondenza di un bivio e prese la strada che andava verso la campagna. Quel poco che veniva illuminato dai fanali rimandava l’immagine di una strada malata da anni di nebbia, polveri di gomma e ferodi delle auto. Appena fuori dal fascio di luce dei fanali si indovinava la presenza di alcune figure immobili ai lati della strada. Più andavano avanti, più il buio e lo squallore percepito da quello che gli era dato vedere si facevano quasi oppressivi.

Fermarono l’auto in un punto lontano da qualsiasi luce percepita, delle stelle nemmeno l’ombra e la luna se doveva esserci non era ancora salita. Il ballerino tirò ogni suo muscolo, maledicendosi per la propria imbecillità: salire in auto con due sconosciuti solo perché dicevano di conoscere una persona. Potevano benissimo averlo seguito per qualche motivo e aver inscenato tutta quella farsa. Potevano averlo visto parlare con Helana e deciso di sfruttare la situazione.

La voce di lei da dietro arrivava ovattata, come se non volesse farsi riconoscere.

“Comincia a raccontare. Dicci cosa vuoi e sta fermo. Non girarti, quando sarà il momento te lo dirò.”

Marcus colse qualcosa che sembrava rosso lucido muoversi ai margini del suo campo visivo, fra le ombre e la flebile luce del cruscotto. Solo un respiro affannato e intanto sentiva strusciare e tirare come se qualcosa non volesse uscire e si facesse strada a fatica. Aveva cominciato a raccontare, sommessamente per cercare di ascoltare i rumori che provenivano da dietro. L’uomo non diceva nulla, guardava fisso in avanti, immobile, le mani a fianco del sedile dove non potevano essere viste.

Lei accese la luce dell’abitacolo.

“Girati ora.”

Qualcosa di freddo e liscio gli sfiorò il volto, vide un lampo rosso muoversi verso l’alto. Si accese la luce e accanto alla sua testa aveva una maschera in latex completamente rossa che copriva interamente il volto della donna e proseguiva a formare un top. La lucetta di cortesia rimbalzava su quella pelle e rendeva l’abitacolo una bolla rossastra in mezzo al buio.

“Lei è Lady Red io sono il Nero, vedremo di aiutarti.” Tirò fuori un coltello che teneva sotto il sedile. “Se dici qualcosa sui nomi vedrò di usare questo e ti chiamerò Grey.”

Scesero dall’auto e gli diedero dei vestiti per cambiarsi, un paio di pantaloni in pelle legati con dei lacci e delle stringhe sempre in pelle ma borchiata, tenute insieme da anelli di ferro ad incrociarsi sul petto. Il Nero si mise pantaloni corti in latex, anfibi e basta.

Rimontarono in auto e continuarono la loro strada per altri dieci minuti fino ad arrivare ad un cancello di ferro montato su due pilastri, apparentemente in mezzo al nulla. Scesero ad aprire e richiudere, senza le luci del cruscotto percepiva un bagliore provenire da dietro un gruppo di alberi sulla destra. La strada piegava proprio in quella direzione e usciti dalla copertura si trovarono davanti ad una casa di campagna trascurata, con innumerevoli scritte sui muri scrostati.

L’unica cosa incongruente era una porticina all’interno del grande portico, perfettamente dipinta di nero. Dava un senso di solidità aliena, quasi appartenesse ad un altro mondo.

“Sappiamo che stai cercando qualcosa che lascia segno profondi sulla pelle e sappiamo che sei convinto abbia a che fare con il sesso estremo” era il Nero che parlava.

“In questo club tu sei nostra responsabilità: guarda, fa cose, ma prima di parlare vieni da noi. Se qualcuno ti chiede qualcosa abbassa la testa e cerca uno di noi due. Chi ti chiede capirà e sarai in tema con il tuo ruolo.”

“In pratica sono un vostro sub.”

“Puoi vederla in questo modo se ti fa piacere.”

“Alcune di queste pratiche sono realmente cruente, non farti prendere dal panico e non fare cazzate, ognuno qui dentro è consenziente per il ruolo che ricopre. Fino ad ora non ci sono mai state vittime, almeno non che si sappia.”

Uscì dall’auto e si incamminò verso la porta, Lady Red fece segno a Marcus di seguirlo assieme a lei. Un uomo con un’incipiente calvizie, pantaloni in pelle neri e una maglietta in tinta con il logo di una famosa band metal li fece entrare. L’ingresso foderato di materiale fonoassorbente dava una strana sensazione alle orecchie. Sembrava che le parole non volessero allontanarsi da chi le pronunciava. Sentiva in lontananza il rombo sordo di una cassa in quattro quarti.

Lasciarono tutto quello che non serviva in un armadietto ed entrarono nel primo locale, che ospitava il bar e una serie di divanetti rossi accostati alle pareti. Nulla di diverso da una disco erotica con palco, consolle e pali per lap dance. Non c’era molta gente, la musica fiacca andava senza un dj vero e proprio e i frequentatori sembravano lì più per la consumazione obbligatoria che altro. Ciò che lo colpiva era l’odore persistente di disinfettante che sentiva nell’aria, come se il luogo fosse stato pulito da poco con il chiaro intento di eliminare ciò che c‘era prima.

Da una delle porte laterali scesero una scala scarsamente illuminata con luci colorate.

Scesero di due piani fino a dove una volta c’erano le cantine della casa di campagna, dietro una pesante tagliafuoco dove la musica si attenuò fino a sparire. I muri di mattoni erano stati lasciati come in origine, solo verniciati lucidi, probabilmente per poterli pulire meglio. Agganciate alle pareti erano in bella mostra alcune croci di Sant’Andrea dove agganciare gli schiavi.

L’abbigliamento di chi era in quello spazio sotterraneo era ridotto al minimo, tute intere in latex di vari colori e forme, aperte o completamente chiuse, maschere antigas oppure cinghie che passavano attorno al corpo sottolineando e lasciando vedere tutto, gonne cortissime e calze sempre in latex con stivali dai tacchi impossibili, senza una reale distinzione fra uomo e donna. Più d’uno era completamente nudo con solo polsi e cavigliere per poter essere immobilizzato agli attrezzi erotici che si trovavano nel mezzo o alle pareti.

Qui l’odore cambiava completamente, si sentiva il sudore e l’urina e l’aroma ferroso del sangue che persisteva nell’aria.

Il Nero si avvicinò e lo prese da parte. Lo fece inginocchiare di fronte a sé e cominciò a parlargli piano.

“Ora guarda pure. Non dire nulla, te lo ripeto, qui tutti sanno cos’è il rack, il rischio consensuale, ma sanno anche che qualcuno va un po’ oltre e lo interpreta a modo suo. Se quello che cerchi esiste qui è stato usato.”

Si sedettero in un divanetto d’angolo, Lady Red e il Nero si strinsero a lui e lo resero parte di alcune pratiche sessuali che trovò piuttosto interessanti. Lo scopo era di non doverlo condividere con nessuno degli avventori che si trovavano all’interno. Dobro intanto osservava, volti, posture e giochi. Gli sembrò in un paio di occasioni di conoscere qualcuno ma alla fine era sicuro fosse solo un’impressione.

Man mano che la serata procedeva le pratiche si fecero più violente e dalle frustate o da situazioni in qualche modo innocue si cominciò a praticare giochi che lasciavano cicatrici sul corpo. Vennero usate catene, uncini o clip. Notò che c’era un alimentatore elettrico in bella mostra vicino ad una sedia da ginecologo e cercò di non pensare per che tipo di divertimento potesse essere usata. Infine vennero usate lamette, coltelli e altri oggetti da taglio per infliggere vere e proprie ferite a chi si prestava.

“Non possiamo più aspettare, se vuoi ti faccio partecipare a qualche passatempo oppure ce ne andiamo, non possiamo più rimanere passivi a guardare gli altri.”

Dobro aveva notato una donna, piccola, capelli biondi a caschetto che sulla schiena aveva gli stessi segni di Romi, solo più recenti e profondi.

Usciamo pure, ho visto ciò che cerco.”

Lo riaccompagnarono all’auto e, dopo averlo aiutato a rivestirsi normalmente, lo riportarono alla sua macchina che ormai albeggiava.

Mentre guidava verso casa ripensò alla bionda con i segni sulla schiena. Conosceva quella donna, sapeva dove andare a chiedere.

Paolo Costa / 2020

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