La vendetta di Rosa Scalfitti

di Mario Albano

Italia, secondo dopoguerra

La parrucchiera lo avviluppava nella stretta della sue braccia lunghe. Tali braccia culminavano in mani paffute una delle quali, la destra, presentava ad un dito, il medio, una sbavatura nello smalto, come una virgola bianchiccia turbante l’uniformità del rosa elettrico. A Rosa, che nascosta osservava, in qualunque altro momento quel dettaglio avrebbe dato molto fastidio, ma quella volta non ci fece minimamente caso. La sua attenzione si concentrò su un altro particolare: l’uomo che la tozza sciampista stringeva tra le braccia era suo marito. Nel paese il pettegolezzo sulla presunta infedeltà del barone Molfo Sazzerini fece pochi giri prima di finire nelle orecchie della diretta interessata alla questione: donna Rosa Scalfitti in Sazzerini. Probabilmente ciò era dovuto al fatto che, essendo il paese piccolo, anche il venticello della calunnia aveva avuto poco spazio per soffiare. Che poi calunnia non era, come dimostrato dal voluttuoso abbraccio e dal languido incollarsi delle labbra fedifraghe. Rosa non ricordava nemmeno chi le aveva dato la ferale notizia. Era stato un vento, appunto, che si era diffuso nell’ aere portando seco i suoi umori sollazzevoli per il paesani e mefitici per la povera Rosa.

***

Beh direi che in assoluto la più pericolosa è la sifilide, anche detto ‘morbo gallico’… la mortalità è molto alta…” il dottor Rappezzi, farmacista, si allisciava la barba bianca con compiacimento mentre rispondeva alla strana domanda postagli da donna Rosa. Poi, sospettoso, a sua volta chiese “Ma come mai si informa sulle malattie a contagio sessuale…è successo qualcosa?” Rosa, con gesto non curante, agitò una mano per aria e rispose “No… mi incuriosiva la materia, ne ho letto su una rivista e volevo approfondire: e chi meglio di lei mi può illuminare?”. Titillato nell’orgoglio, l’anziano speziale si chetò e non fece altre domande. Fu invece Rosa a chiedere ancora, avvicinando il volto a quello del Rappezzi, con fare cospiratorio “E, mi dica, con questa ‘silifide’ si muore subito?”. Il farmacista, forzatosi a non correggere il bisticcio consonantico di Rosa, si fece serio e con tono grave fornì il responso “Molti malati lo sperano…ma purtroppo non è così…le conseguenze nel lungo periodo sono molte…e gravi…la sintomatologia prevede innanzitutto la fuoriuscita di pustole e ulcere sulla cute…segue poi l’infiammazione dei linfonodi ….senza contare tutti i disturbi fisici e mentali che la malattia porta con sé , astenia, perdita dei capelli, febbre…insomma, signora mia, un lento calvario, un tunnel di sofferenza di cui la morte è solo lo sperato spiraglio di luce. ” Rappezzi notando i visibili effetti della sua spiegazione sul volto della donna, cambiò tono ed in modo più conciliante aggiunse… “tuttavia, si può tentare una cura…” Rosa lo interruppe “Delle cure parliamo un’altra volta, ora devo andare…grazie, lei è stato preziosissimo…”

***



Quella povera ragazza, così giovane…così bella…quando sento queste cose mi piange il cuore”. La forchetta da cui penzolavano spaghetti al sugo si fermò a mezz’aria senza raggiungere la bocca del barone Molfo Sazzerini, il quale la ributtò nel piatto sconfortato e guardò la moglie “Ma sei sicura? Chi te l’ha detto?”

Tutti! – fu la pronta risposta di donna Rosa – ne parlano tutti…capirai, qua il paese è piccolo…poi la parrucchiera Giovanna è conosciuta…da tutti…” calcò quest’ ultima parola con dispetto. Il barone balbettò… “E…e ti hanno detto proprio… ‘sifilide’?”.

Certo, mica sono sorda, ho capito bene …l’ha presa il marito, don Procopio, in Africa…chissà con quale sgualdrinella abissina si è accoppiato e gliela ha trasmessa a quella poverella ” . Il viso del barone si era fatto bianco come un lenzuolo, le mani gli tremavano e gli occhi avevano assunto un’espressione quasi supplicante. Rosa continuò “Ma è una malattia bruttissima…perché mica si muore subito, eh…anzi all’inizio non succede niente e infatti sia la parrucchiera sia il marito per ora stanno bene…ma poi …. – Rosa cercò con scarso successo di ricordarsi tutti i termini ‘ tecnici’ usati dal farmacista…. – ma poi ti escono le…pistole sulla pelle…ti si infiammano i latifondi…perdi i capelli…ti viene la febbre…e solo dopo …muori…ma in realtà sei già morto da tempo…sei praticamente un cadavere già decomposto!”. Il barone rovesciò all’istante quei pochi spaghetti che era riuscito a mangiare.

Col passare dei giorni il barone iniziò a comportarsi davvero come se avesse una malattia in corso. A tutti i suoi conoscenti, alla servitù, agli amici del circolo persino alla moglie aveva detto di essere indisposto, si era chiuso nella sua stanza e non ne usciva più nemmeno per i pasti: se li faceva portare in camera, ma mangiava poco e niente. Lui sapeva benissimo cos’era la sifilide, al circolo se ne parlava talvolta (v’erano anche molti medici). Attribuiva ormai anche il più piccolo malessere, vero o presunto, come un segno rivelatore del grande male sicuramente trasmessagli dalla parrucchiera, per cui ora provava sentimenti di repulsione. Erano tante le belle donne del paese che avrebbe potuto circuire, e con successo dato l’ascendente che il suo fare gagliardo ed il suo baffo malandrino avevano sulle esponenti del gentil sesso: e lui aveva preso a trescare proprio con quell’ untrice della sciampista! Pensava in continuazione a tutte le volte che si erano accoppiati nel corso della loro ormai annosa relazione da quando il marito era tornato dalla campagna d’ Africa. Non poteva immaginare, il barone, che il conflitto da poco finito, e peraltro da lui non combattuto, gli avrebbe lasciato quell’ atroce souvenir. Ma quello che lo divorava veramente nello spirito era il pensiero delle volte in cui aveva amato la sua legittima moglie, per sempre compromessa anch’essa dal suo dissoluto e voluttuoso comportamento. Fosse stato almeno uno di quei tanti uomini per cui l’inizio di una relazione con l’amante coincide con l’interruzione dei rapporti con la consorte! Ed invece, non tanto per timore di essere scoperto ma per sincera passione coniugale, aveva continuato ad amare Rosa la quale, poverella, se ne andava in giro ignara di covare dentro un morbo mortale.

La poverella, invece, se ne andava in giro raggiante, ebbra di vendetta e mentre il marito si struggeva lei assaporava il gusto della sua menzogna: più lui si consumava, più lei rifioriva. Aveva ripreso a curare il suo aspetto e la sua persona e quando passeggiava per le strade del paese, gli uomini tornavano a guardarla come avveniva un tempo perché ne percepivano il sole della rinascita. Quanto al marito, Rosa avrebbe aspettato il giorno in cui fosse stato lui a vuotare il sacco, roso dal terrore. Quel giorno arrivò molto presto. Rosa era tornata dalla messa delle 18.30 ed entrando in cucina per disporre per la cena trasalì. Il marito era in piedi al centro della stanza, in vestaglia e mutande. Gli occhi sbarrati iniettati di sangue. In pugno, il barone stringeva il lungo coltello per gli affettati. Spaventata, Rosa chiamò Maria, la cameriera.

Ho mandato via tutti” disse il barone. “Che vuoi fare, Molfo? Posa quel coltello! Se vuoi del salame te lo taglio io!”. Ma il marito non la ascoltava, perso chissà dove.

Dopo interminabili momenti di silenzio il barone disse “Non c’è sulla Terra uomo più disgraziato di me: un amore bello, puro…io non l’ho rispettato. Sono stato punito per questo. Ed è giusto! Ma ho rovinato anche te… per sempre”. Rosa tremava per lo spavento “Va bene, parliamone con calma ora posa quel coltello però” Ma come prima il marito inseguiva solo i suoi pensieri e computò con voce funerea “Pustole…ulcere… lento deterioramento fisico e mentale… NO!! Meglio la morte!” e conficcò nell’addome della moglie il coltello da affettati. Rosa si accasciò al suolo, con la bocca aperta e l’espressione sgomenta. Più tranquilla era invece quella del marito quando con lo stesso coltello si tagliò la gola.

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